Biancalisa e il settimo nano

 

 

 

 

Davide stava sbirciando attraverso un buco della siepe.

L’operazione non era delle più agevoli poiché appena s’appoggiava troppo un tot di rametti tendeva a scattare fuori in modalità filo spinato mirando direttamente agli occhi. Se al contrario si teneva troppo discosto per proteggersi non vedeva null’altro che quell’intrico di fogliame.

Per non parlare della posizione. Ché se già da un po’ le ginocchia non se le sentiva più dallo sforzo, le caviglie e i polpacci continuavano a mandare SOS con frequenza sempre più serrata.

Meno male che finalmente Lisa era uscita dal portoncino della villetta, e si dirigeva nel giardino dove lui s’era acquattato.

“Forza bella, avvicinati!”, invocò al buio in uno scricchiolìo di rotule.

“Avanti, ancora due passi verso destra…”

La ragazza costeggiava la filiera dei nani guardandosi intorno distratta.

“Ora ferma lì, bella! Su, china la testolina, da brava…”

Davide avrebbe voluto essere un ipnotizzatore, o in alternativa un telecomando.

“Non vedi che Pisolo non c’è? E che la terra è scavata di fresco?”

E in effetti la ragazza s’era accorta di quella stranezza.

“Brava così!”, esultò il ragazzo.

Finalmente Lisa aveva scorto il volantino che lui aveva lasciato, e lo stava orientando verso la luce di un faretto.

"Comitato di Liberazione dei Nani da Giardino" era scritto in grosso.

 

“Beh, allora?”, si chiese Davide guatandola attentamente.

“Sorridi Lisa, su! Sorridi!”

Il viso di lei sulle prime non mostrò alcuna smorfia di ilarità.

“Mi va bene anche un accenno, una bozza. Dai!”, la incoraggiò tra sé.

Ma la sfinge era là che non si capiva come l’aveva presa.

Si sarebbe detto che forse… magari…

No. Decisamente non sorrideva.

 

Anzi per la verità sembrava turbata, si guardava intorno inquieta, come se cercasse qualcosa.

Davide avvertì un soprassalto d’ansia.

Cosa cercava? Pisolo, o il colpevole della sua sparizione?

Che cavolo, però! Lui si era fatto il culo così a scavare tutto il tempo, e lei neanche una bozza di sorriso!

Qualche dubbio cominciava a roderlo da dentro.

Che avesse sopravvalutato il senso dell’umorismo di lei?

O che avesse semplicemente esagerato?

 

Guardando il suo volto tirato Davide solo ora se ne rendeva conto.

E l’euforia che aveva provato scavando, quando già se la immaginava sciogliersi in quella risata accorata, cogli occhi scintillanti che manco un mago degli effetti speciali, quell’euforia era ormai bella che scomparsa.

Insomma solo pochi istanti prima aveva avuto le pulsazioni a mille, il cuore che gli schizzava da tutte le parti al solo pensiero che qualcuno lo scoprisse.

 

Ed ora gli era rimasto giusto l’ansimo dello sforzo, le braccia indolenzite, la schiena a pezzi, e da ultimo quel magone che gli stava crescendo dentro.

Che fare?

 

Il fatto è che Davide s’entusiasmava facilmente, e agiva per istinto cavalcando quell’ebbrezza.

Solo dopo si rendeva conto delle cazzate che faceva.

E quando di colpo smontava dal cavallo che s’era rivelato un ronzino cominciava con l’autocritica e la fustigazione.

“Imbecille!! Che ti aspettavi? Che al solo leggere il biglietto ti riconoscesse, che gridasse il tuo nome, e magari ti saltasse addosso, nevvero?”, si rimbrottò con muto livore.

E l’impulso a prendersi a schiaffi fu frenato dall’urgenza dell’immobilità.

 

Rimase a spiare Lisa inebetito.

La vide accovacciarsi, toccare il terreno fresco, alzarsi, passarsi l’altra mano tra i capelli. Come se tremasse.

Di uscire allo scoperto non se ne parlava proprio, a quel punto. Anche se, vabbè che era stato uno scherzo del cavolo, ma lui ora non capiva perché tutta quella agitazione.

Non la riconosceva, non gli sembrava lei.

L’altra sera, quando l’aveva conosciuta alla festa, gli era parsa così sicura di sé, disinvolta, disinibita, persino cinica quando aveva preso ad elencare le esibizioni, le manie, le paranoie della sua famiglia, esemplare frammento di middle class massmedizzata, sospesa tra tecnoidolatria ed esoterismo naif.

Il padre agente di borsa che, superata la mezza età, aveva scoperto una certa inclinazione alla meditazione (assecondata part-time, tra un grill party e l’altro).

La madre insegnante liceale d’indole malinconica, vegetariana, igienista, ipnotizzata per buona parte del giorno dalle onde elettromagnetiche convogliate dal padellone in un megatubo catodico, e sparate su un 34 pollici ultrapiatto.

E pare che tutte le manifestazioni della passione, dell’insipienza, della genialità o della nequizia umana, materializzate su quello schermo, venissero passate al vaglio equanime dell’indulgente pedagoga. Fossero esse tresche a permutazione infinita di cloni di Barbie e Big Jim, quiz preserali a soluzione non univoca, notturne lezioni di termodinamica sussurrate da antichi docenti del cretaceo, o struggenti talkshow dallo psicodramma lacrimogeno.

 

Insomma Lisa gli era sembrata librarsi sui campi sterminati delle insulsaggini familiari, come se non avesse con sé nessuna di quelle zavorre. Un po’ supponente forse, magari arrogante. Ma a lui quella leggerezza, quell’aria perenne di sfottò, quei modi da militante faziosa in bilico tra l’apocalittica e l’integrata lo avevano completamente risucchiato nell’orbita.

A parte la bellezza. Ché quegli occhi quando li vedi sei perduto: guizzano inquieti e lucidi, parlano e ridono senz’audio come quelli di un Buster Keaton giovane, e ti passano da parte a parte come fossero laser.

Anche adesso, al buio, gli era sembrato che proiettassero dei fasci di luce.

Adesso però Davide ci vedeva dentro qualcosa di diverso, qualcosa di felino. O meglio di incazzato: tipo pantera che ha fame e farebbe a pezzi il primo coglione acquattato dietro un cespuglio.

 

Eppure era stata lei a dargli l’imbeccata l’altra sera. Quando aveva preso a parlare dei suoi ridicoli nani, e del gusto burino dei suoi che se ne erano invaghiti in un rigurgito di spirito fanciullino (tanto vicino alle nostalgie a rebours materne, riesumatele di certo dal solito sociologo taumaturgo di qualche rivista salutista new age).

E allora dàgli coi puffi colorati di gesso presi in offerta al brico center! (ogni 6 nani il settimo gratis).

Che poi gesso un corno!”, sbottò tra sé il giovane.

Egli non sapeva esattamente di che materiale li facessero, ma di sicuro non era gesso! Ché Pisolo a prenderlo in braccio per sotterrarlo aveva rischiato l’ernia. E poi quella pellicola di finta epidermide faceva impressione: doveva essere un nuovo polimero dall’effetto umanizzante, magari pure impermeabile.

Comunque quel tormentone dei nani era andato avanti tutta la serata. Ed anche lo sputtanamento dei suoi.

Innanzitutto la sfida intellettuale dopo l’acquisto, quando avevano dedicato l’intera serata a recuperare dai recessi della memoria i nomi dei sette puffi, che erano stati di certo presenze vivide della loro fenomenologia infantile (al contrario di noi, svezzati cogli uforobot). E lei, la sadica, li aveva lasciati macerare nei loro vuoti mnemonici, rifiutandosi di offrire a supporto le sue fresche sinapsi. Finché al papà non era venuto di andarli a cercare in rete, recuperandone alfine nomi, biografie, vizi e virtù.

E poi impietosa s’era messa a fare il verso alla svampitezza della madre, sorpresa più volte in segreto dialogo con Gongolo, o al rituale paterno, che ad ogni nuovo ospite del barbecue imponeva quale antipasto o digestivo un bel periplo dei nani.

Lo stesso papà che il giorno dopo l’abbuffata a quanto pare praticava uno yoga compensativo, piazzandosi immobile e solenne sotto un albero in giardino, e assentandosi per ore dall’umano consesso e dalle sue venefiche passioni.

Lisa sosteneva trattarsi di vere e proprie trance, ma ormai lui aveva capito che le piaceva spararle grosse.

“Li odio, li odio! Devo assoldare qualcuno che faccia sparire i nani dal mio giardino!”, aveva sospirato allo stuolo di soggetti che le sbavava addosso.

E lui ad uscirsene con quella battuta: “Dovresti rivolgerti al Comitato di Liberazione dei Nani da giardino. E’ un ente no-profit …”.

E tutti giù colle risate. L’unico lampo di notorietà in una serata da scrutatore (non nell’accezione elettorale, ma in quella oftalmica monomaniacale, essendo solo lei l’oggetto del suo indefesso scrutare).

 

Ed ora? Lisa avrà associato il contenuto del foglietto a lui? Avrà materializzato su quello la sua faccia?

Davide ebbe un vuoto di scoramento.

Di certo se lei l’aveva fatto probabilmente non doveva avere un buon ritratto di lui.

E lui a quel punto avrebbe voluto stare lontano da quel cespuglio.

Ché, porca pupazza, gli si stava pure avvicinando!

 

“Calma, calma”, s’incitò il giovane.

Si chinò ancora un po’ lentamente, evitando di fare fruscii con quei maledetti rametti spinosi, confidando sul buio totale, nonostante gli occhi da felino che lei si ritrovava. Dopodiché, appena si fosse allontanata un po’ gli sarebbe convenuto battere in ritirata.

Ma proprio in quel momento un epiteto salace lo raggiunse.

Cosa?”, si chiese il nostro, “ha detto mica imbecille?”

Per un frangente smise persino di respirare e drizzò le orecchie.

“Si, porc…, l’ha ripetuto!!! L’ha urlato stavolta …”. E si squagliò all’istante sulle ginocchia stracche.

“Non vorrei che… fermo, per carità! Sta qui vicino!… immobile, mi raccomando, senza fiatare!! Magari lo sta dicendo a sé stessa, avrà qualcosa da rimproverarsi … in fondo “imbecille” è declinato uguale per maschi e femmine…”, si consolò tosto.

Ma subito dopo Davide percepì uno “Stronzo, vieni fuori!!”, con la desinenza che non lasciava dubbi.

Arguì che la piccola Lisa ce l’aveva con lui.

 

Aveva una voce stridula, acida, incazzata: non era quella che lui conosceva.

“Figura di merda! Mo’ che le dico?!

Lei intanto era lì, a braccia conserte, che pestava irrequieta ritmicamente il terreno, come un batterista col charleston.

 

“Okay”, si disse rassegnato, “bisogna essere uomini”.

Aveva sbagliato, aveva esagerato. Tutto lì.

Le avrebbe chiesto scusa e avrebbe recuperato il nano. Okay?

 

Quando Lisa fu sulla soglia della siepe e sibilò ancora un paio di epiteti, Davide si fece fugace il segno della croce, tipo giocatore a centrocampo al calcio d’inizio.

Ebbe delle difficoltà a tirarsi sulle ginocchia addormentate, mentre lei gli si avvicinava scomposta, isterica. Aveva un dito puntato ed un vestito da sera lungo, nero, di raso. Un’altra festa la stava aspettando di certo da qualche parte.

 

“Ciao Li …Lisa”

Non gli venne altro, a parte il singulto, il balbettìo, e la coloritura paonazza che stava prendendo, per fortuna al buio.

“Hai combinato tu ‘sto casino?”, gli fece quella aspra senza salutarlo.

Lui rimase immobile. Non sapeva che dire. Le orecchie avvampavano, prossime alla termofusione.

“Tu devi essere pazzo!!! Questa è violazione di proprietà privata !! Lo sai che io… io…”

Gesticolava sdegnata, portava le mani ai capelli, pestava col piede a terra, gli urlava addosso come un’ossessa.

Più che una pantera, visto che era plenilunio, sembrava assumere le sembianze di una lupa mannara: tutta scura, cupa in volto, il chiostro di zanne bianche da cui si levavano gli ululati, le unghie spianate, l’ansimo del killer.

E tuttavia Davide respirava il suo profumo, ed il respiro quasi si fermava. E con quello lo scorrere del tempo, e fors’anche la rotazione terrestre.

Rimase stranito a seguire la scia che le sue mani bianche lasciavano al buio al seguito del ringhio, ora sommesso, ora furente.

Stronzo! Idiota! Chi cazzo te l’ha data tutta ‘sta confidenza?”

S’avvicinò ancora e levò un pugno: lui ne scorse i tendini nervosi del polso.

In quella espressione la luna le allungava delle ombre sul viso e rimarcava il turgore della vena di indignazione che le scendeva al centro della fronte.

 

Era strano ma, ora che lui era immobile, indifeso, nudo alla sua mercè, si sentiva assente e leggero.

Ed anche privo di colpa. Come fosse un semplice spettatore.

Gli sembrò d’essere al centro e alla periferia di quella scena, e di sentirne gli elementi salienti: la lupa-pantera fragrante d’aromi inediti, il nano della discordia sotto un palmo di terriccio, l’amante dalle ginocchia e dall’intelletto assopito, e tuttavia presente nei sensi, ed obliato in essi.

Si, ora non provava più scorno. Era semplicemente scisso in due. Quello attonito che sentiva di doversi difendere, investito da quelle contumelie, e quello che osservava allampanato in piedi dietro i rovi. Come in un sogno il suo sguardo era quello dell’interprete principale e dell’ultimo spettatore insieme.

E l’obiettivo affondava ramingo nell’anodino, nelle particole della scena, alla periferia del dramma: le flebili luci dei lanternini, il disegno di un orecchino, un incisivo sbilenco, l’improvvida ghirlanda di foglie d’albero che un alito di vento le aveva accostato al capo, un bagliore remoto nello spazio oltre la luna, forse un boeing, forse l’esplosione d’una supernova.

Una scena da film, gli venne da pensare. Da film horror in bianco e nero, incongruo, inverosimile, degno del genio inconsapevole di Ed Wood. Un horror mal riuscito, ché la lupa mannara non aveva completato la metamorfosi cutanea, rimanendo a corto di peli, e le zanne non s’ingrossavano oltre lo standard dei mortali.

E se vogliamo anche l’audio non era buono, le grida erano decisamente stonate. E poi come attrice Lisa inclinava troppo al drammatico.

 

“Lisa, non ti sembra di esagerare?”

Ecco, l’aveva detto. L’aveva detto con tutto l’autocontrollo di cui era capace, in qualità d’attore non protagonista, spettatore, critico di vaglia, nonché coglione emerito.

“D’accordo, ho fatto una stronzata. Non so cosa mi ha preso. Lì per lì mi sembrava un’idea divertente sotterrare Pisolo. Non preoccuparti, ora te lo tiro fuori e aggiusto tutto”

“Non era Pisolo, imbecille!”, gli urlò ancora in faccia.

“Davvero?… Beh! Sarà stato Brontolo… sai, al buio…”, azzardò conciliante.

“Non era nemmeno Brontolo, idiota!!”, e la sua voce si incrinò, come volesse piangere.

“Questa deve essere un po’ fusa”, pensò il ragazzo.

Se era così attaccata ai suoi nani, perché è stata tutta la sera a fare quella sceneggiata? Stronza, esibizionista, uterina! E se mi offende ancora…”

Quando lei fece per allungare le mani lui le bloccò un polso e si spiegò.

“Senti, Lisa. Non sono tenuto a conoscere tutti i nomi dei tuoi maledetti nani …sto solo dicendo…”

“Non era un nano!!!”, gli urlò ancora in faccia.

“Ma… che cazzo dici? Mi fai capire?!”.

Ora a Davide stava venendo un po’ di tensione, a vederla che tremava, e singhiozzava, e tirava su col naso.

“Era… mio padre”, sospirò alla fine con un filo di voce.

Cheeeeee?!”

“Mio padre!!! Si! Si! Mio padreeee!!!!”, urlò di nuovo e gli si buttò addosso coi pugni e quelle unghie affilate. “Hai seppellito mio padre!!! Assassino!!!!”

Al giovane rintronarono le orecchie.

Questa è proprio pazza, pensò.

“Ma che dici?! Era un nano, ti dico!!!

“Mio padre è basso. Eppoi stava nella posa yoga che lo faceva più piccolo…”

Ma … non è possibile! Era inanimato!!!

“Ti ho detto che va in trance!”, gli ribatté didascalica, come si fa coi bambini scordarelli.

 

A Davide la testa cominciò a girare sul serio, gli si offuscò la vista, e i lanternini del giardino presero a moltiplicarsi all’infinito.

Ricordò la consistenza dell’epidermide di quello che lui pensava fosse Pisolo, e del ribrezzo che aveva avvertito a sentirla quasi umana. E anche del Rolex che, ora che ci pensava, teneva al polso.

Però, hai voglia a definirlo basso!, quello per lui era un nano a tutti gli effetti.

Comunque decise di non fare altre questioni, che Lisa già era abbastanza scossa.

Doveva solo recuperarlo al più presto, e sperare che la trance non fosse degenerata.

Dove aveva messo la pala?

 

La testa ora non la percepiva più.

Ora si sentiva finalmente attore protagonista del film di Ed Wood.

Il profumo esotico di Lisa era dietro di sé. Davanti sentiva quello del terriccio fresco, mentre scavava.

Il padre di Lisa era morto, e ormai semirigido.

E semirigide erano le lenti a contatto che quella sera s’era scordato di mettere, ché magari avrebbe colto la differenza.

Le sirene della polizia erano spiegate, per chi avesse voluto intenderle.

Davide si continuava a ripetere che era stato solo uno scherzo, e che comunque il padre di Lisa era molto più che basso, e facilmente confondibile con un nano da giardino.

Stava ancora nella buca in mezzo alla terra. Le ginocchia erano sveglie ma egli non aveva più la forza di tirarsi fuori.

Diede un’occhiata da laggiù verso l’esterno. Lisa s’era acquietata sotto una betulla e fissava il terreno, la madre pedagoga carezzava il defunto yogin. Lontano, al di là del padellone, un bagliore remoto nello spazio oltre la luna: forse un boeing, forse l’esplosione d’una supernova, o forse l’esplosione di un boeing.

 

 

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