In viaggio per la città dei suoni
Concorso
bandito da Bidonville.org per
Bidonville,
la città dei suoni, nacque come discarica abusiva.
Si sa
come succede. Un tizio si disfa di un bidet
lasciandolo sul ciglio di una strada di periferia, un altro vi accosta furtivo un
vecchio divano, un terzo una bicicletta sgangherata, e così via.
Gli
oggetti inutili, i materiali di risulta, siano essi di
legno, metallo, maiolica o stoffa, col tempo si fondono per empatia e creano
nuovi modelli. Relitti refrattari alla decadenza essi tendono a soggiacere non
solo alla forza di gravità, che li preme l’uno sull’altro in equilibri alfine
stabili, ma ad altre oscure leggi naturali che creano coacervi inediti,
architetture spontanee e macchie di colore.
E’
quanto accadde a Bidonville.
Il caso
e il caos dettarono il suo sviluppo, i cunicoli tra le pile di materia
multiforme divennero varchi simili a strade e le aree di smistamento
acquistarono le fattezze di piazze delimitate da laterizi. E
tuttavia un’armonia recondita e precaria vi si diffuse come in accordo al
progetto d’un architetto bizzarro già visto all’opera a Lilliput e ad Aqbar.
Il
richiamo stranito che ispirò presto quel luogo in quanto città fantasma e
monumento alla caducità fece sì da attrarre i primi
residenti stabili, scorie e refusi migranti dalla società dei consumi, materia
anch’essa di risulta, sebbene organica a base carbonio.
Dapprima
barboni, squatter e marginali, poi artisti, musici e giovani transfughi, vi si insediarono sovrapponendo al bislacco caleidoscopio
dall’aura post-atomica animato solo da gabbiani e topi i suoni,
le voci, le parole.
Bidoni,
latte e taniche in metallo forgiarono i ritmi tribali che presero a scandire il
ciclico alternarsi di luce e stagioni. Il vento poi, che sferzava inclemente la
regione, cominciò a cavare dalle lamiere e dagli ondulati
vibrazioni esotiche percepibili a chilometri di distanza.
Si instillò così nell’animo dei popoli finitimi la malìa
di quella città di risulta, un’attrazione fatale, un richiamo ineludibile che
qualcuno chiamò Mal di Bidonville.
Da lì
sortì l’istanza del Viaggio Iniziatico verso quel
luogo, anomalo pellegrinaggio di un misticismo laico, che era soprattutto
ricerca di sé sull’onda di quei riverberi vorticosi e cangianti.
Nuovi
viandanti muti e sognatori impenitenti, pure in
assenza di Pifferai e Duci, segnarono i loro passi verso la città dei suoni. Lo
scalpicciare era lieve e privo di bussole o mappe, dacché il vento orientava
verso la sorgente del vibrato; e a questo violoncello immaginato s’associavano
con l’avvicinarsi alla meta i rimbombi di steel pan e
di marimbe improvvisate.
Quel
rinnovato anelito al viaggio come scoperta del nuovo fuori e dentro di sé rese
Bidonville la nuova frontiera dello spirito, pure in assenza di cattedrali e
moschee.
Cresciuta
di pari passo con quell’ansia la città di risulta
s’espanse oltre ogni piano regolatore.
Oggi
registra alcune migliaia di residenti e lunghe teorie di pellegrini che
l’attraversano e vi ci sostano guardandola attoniti con facce che sembrano
discendere dai dipinti di Bosch.
Di
recente Bidonville è stata riconosciuta dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.
In
quanto città anch’essa produrrà materiali di risulta,
e questi daranno probabilmente vita ad una nuova discarica alla sua periferia
che sarà una futura città o luogo dello spirito, che avrà un nome e un suono
inedito.
Questo
ciclo si rinnoverà, e le città partoriranno discariche e le discariche
città satellite come tanti frattali, come uomini-conchiglia, come viaggiatori
curiosi.
© Gero Mannella Copyright 2006