Ferendedalus
Capitolo
1
"Giovanotto!"
"Sì?"
"Cosa fa
costì a quest'ora, se non sono indiscreto?"
"Beh, non si vede?..."
“No, che non si vede!”, direte voi.
In verità potrei dirvi che è notte (l'avevate
intuito?), che l'interpellante è un questurino (si chiamano ancora così?), e
che il giovane è uno senza fissa dimora che vive di espedienti
e scrive poesie.
E qual'è
il contorno a questo brano di dialogo? Di cosa è fatta questa scena? In quale epoca
si svolge? Sono centrali o marginali questi personaggi nella nostra storia?
Sono già ad un bivio. Potrei riportare
il dialogo pari pari e lasciare che le nubi si
dipanino da sole, oppure potrei soffermarmi sul tempo, sul luogo, sugli umori,
prima di esporre i fatti.
E a pensarci confesso che non mi
dispiacerebbe buttare giù un po’ di coordinate, tratteggiare il contesto, rievocare per quanto possibile gli scenari per
nulla anodini della vicenda.
Per cui sceglierò la seconda strada.
Comincerò innanzitutto col parlare
della città.
La città di * (l'antica **) è
letteralmente pervasa d'arte.
Chiese, archi, colonne, arene e
fontane, dal paleolitico ai giorni nostri, si trovano
disseminate un po' dovunque nel centro storico.
Molte piazze avviluppano sculture di
marmo e travertino, che raffigurano grovigli di eroi e
santi, geni e poeti, numi e strateghi, ninfe e fauni, fate e gnomi. Esse sono
ormai al margine dell'orizzonte visivo giornaliero, avendo per molti la stessa
valenza estetica delle bomboniere ricevute alle comunioni e ai battesimi,
ineluttabilmente destinate ad un anonimo e polveroso soprammobilato,
tuttavia instillano ancora un vago senso di transitorietà nell'animo di un
osservatore consapevole.
I muschi che coprono le statue, le
bardature di sterco di piccione, gli aloni di piogge acide o di vernice spray,
tendono a sottrarle all'Olimpo, a renderle mortali, e a farle invecchiare
appresso al cuore del pianeta. E, come succede per tutte le cose caduche, viene da pensare a loro come a minerali che abbiano vissuto
una crescita forte ed impetuosa fino a che, essendo ormai compiute e non più
minerali di quanto sia il silicio nei chip, conoscono il sopore della maturità
ed una lunga rincorsa all'oblio.
Il sole alto nel cielo le illumina per
metà, le abbaglia, e ne estingue i contorni in un’aura
di luce che le rende monche, qualora siano intere (se invece sono realmente
monche non vi siete persi niente).
Contuttociò, ai tempi della nostra vicenda,
la città di * (l'antica **) non viveva solo del retaggio di un nobile passato
condensato nella pietra.
Chi camminava lungo un marciapiede del
centro in quei tepidi meriggi estivi, quando il sole andava declinando
all’orizzonte dietro la schiera di cactus che si scorgeva mutila dalle terrazze
più alte di vecchi palazzi baronali, ebbene costui avrebbe puntualmente
incrociato la propria ombra con altre lunghe, coriacee ed immote.
Lungo il passo lo avrebbero infatti fronteggiato ciclopiche sculture in granito di Botero, sardoniche e tetre ad un tempo, che l'assessore
alla cultura, uomo passionale invasato delle espressioni d’arte ad effetto,
aveva pensato di disseminare quali sparute sentinelle di una novella isola
pedonale.
Ed ecco dunque le
pasciute forme di borghesi incappellati e di matrone bardate di fiori e
gioielli, di frugoli ipernutriti e di cagnetti suiniformi levarsi d’acchitto nei posti cruciali, arcane come i giganti
dell'isola di Pasqua, ed ostruire quasi tutto il marciapiede al passaggio della
gente.
All'inizio erano giusto tre o quattro,
e suscitavano curiosità solleticando languori estetici e speculativi: qualcuno
s'estasiava per le dimensioni, qualcuno discettava delle proporzioni, qualcuno
interpretava le espressioni.
Poi il loro numero e la loro mole
crebbero a dismisura, ben oltre il contorno dell’angusta isola pedonale.
Col passare del tempo e col
moltiplicarsi delle installazioni ci si rese alfine conto che non vi era ormai
più strada, viale, o perfino vicoletto che non
accogliesse almeno un membro della colossale famiglia, e da quello non si sentisse protetto od oppresso.
Il viandante che incrociava il
granitico figuro piantato sul marciapiedi e voleva
andare oltre per la sua strada, doveva pagare il pegno all'arte appiattendosi come
un'orata e strisciando lungo il muro; oppure, dal lato opposto, saltando sui
cofani delle macchine parcheggiate a spina di pesce (non necessariamente
orata). Taluno, magari giovane e in forze, poteva financo
arrischiarsi in una scalata al titano per atterrare oltre ad inseguire i propri
affanni.
Dal canto loro le statue, finalmente
agenti del quotidiano e non mere cariatidi da museo, vivevano la loro
dimensione di soggetti sociali, ancorché passivi e levigati, con distaccato
decoro.
Attiravano a sé imprecazioni e
bestemmie da tutti i passanti impossibilitati al passo, dalle massaie con le
borse ricolme di spesa ai vegliardi con cani di dimensioni superiori ad uno yorkshire,
dai messicani col sombrero in testa alle majorettes
con lo scettro in posizione orizzontale, dai suonatori di bombardino delle
bande ai gemelli siamesi, ai lottatori di sumo.
I cammellieri che con le loro carovane
erano adusi tagliare le vie del centro per raggiungere le oasi, già da tempo
avevano scelto altri percorsi (in genere prendevano la tangenziale, e passavano
il casello camuffando la seconda gobba delle loro vetture1).
Sicché da solenni decorazioni a inamovibili impiastri, talvolta oltremodo gravosi, il
passo era dunque stato breve.
Una statua che raffigurava un asino con
le rotondità d'un ippopotamo si levava enorme giusto
all'ingresso di un negozio di barbiere. Essa precludeva al normale avventore
l'accesso al locale, lasciando però un minimo spiraglio tra le zampe anteriori
per la respirazione, l'aerazione ed il passaggio di soggetti gracili e
brevilinei.
Il barbiere, che ovviamente non aveva
potuto più abbandonare il suo esercizio dal giorno in cui vi fu la solenne
installazione nel cemento del marciapiede tra scrosci d'applausi e fanfare, veniva regolarmente rifornito di vivande da un ausiliario
dell'AVODA (Associazione Vittime Opere D'Arte) per il tramite di un carrello
con ruote a cuscinetto che veniva fatto slittare tra gli zoccoli anteriori
dell'asino.
Purtroppo, per la ristrettezza del
passaggio, la dieta del brav'uomo non poteva più
contemplare angurie intere, maialini arrosto, o
tacchini farciti.
E in verità anche la sua clientela era divenuta
alquanto sparuta e selezionata, tanto da indurlo a rinomare il suo esercizio
"Da Tony - Barbiere per infanti e per nani denutriti", ed a stipulare
delle convenzioni con asili nido e circhi.
Peraltro i suoi magri introiti venivano decurtati dalle multe che riceveva in abbondanza in
quanto il suo esercizio non osserva i normali orari di chiusura. Egli si era
protestato innocente; si era giustificato sostenendo che era l'asino, che
guardava arcigno dalla soglia, ad impedire col muso lo scorrimento della
serranda.
Ma era stato tutto inutile. Le multe venivano recapitate dall'ufficiale comunale per il tramite
di un cane bassotto ben addestrato, il quale s'insinuava sotto la statua
recando l'ammenda in bocca, e nella medesima riceveva il saldo.
Ma il vulcanico assessore, la cui
creatività non aveva pari nemmeno nei moderni centri d'igiene mentale, qualche
tempo dopo promosse un nuovo progetto : "La città
che si muove".
Lo scopo era quello di dare un
"senso di dinamicità alla parte cosiddetta inanimata della città, ma che
in realtà vive!, sia pure in silenzio...".
Così i simulacri presero a migrare
nottetempo da una parte all'altra della città, all'insaputa dei cittadini,
"che avrebbero evaso la monotonia del quotidiano
scoprendo ogni giorno un microcosmo nuovo, e nuovi sentieri da
inventare...".
E allora giù ruspe ed argani a scavare e tirar su,
spostare ed installare i colossi di pietra in luoghi inediti, come fossero
pezzi d'una scacchiera.
E dopo il trambusto d'una notte
insonne, quale sorpresa per l'ignaro viandante urbano la
scoperta della nuova topografia dei monumenti!
Le statue più subdole erano quelle che
trovavi appostate dietro gli angoli lungo il marciapiede. Cozzi, testate, urli,
deliqui, bestemmie e maleparole si sprecavano tra la
turba transitante e transitoria. E veementi invettive
all'indirizzo del Grande Scacchista.
Qualcuno giurava d'averlo visto a bordo
di un parapendio geostazionario godersi la scena
delle fiumane che si scontravano con i graniti dietro gli angoli, e si
disgregavano in rivoli caotici come delta di fiumi.
Altre statue poi, senz'altro più maneggevoli,
erano talvolta deposte sul tetto e sul cofano delle berline in sosta sui cigli
delle strade, determinando sculture polimateriche, di quelle che vediamo in forma macroscopica in occasione dei collassi
della crosta terrestre e delle esplosioni degli shuttle.
La rocciosa figura che s'ergeva sui
grovigli di lamiera grigio metallizzato e sulle soffuse sonorità
dell'antifurto, esempio crudo di Noisy Art, la si sarebbe detta "un paradigma della città che pulsa
in bilico tra funzionalità, performance e profferta di scenari
estetizzanti". Perché, non lo dimentichiamo,
"l'arte è un misurarsi continuo con l'impossibile, senza tuttavia
allentare la presa o abdicare".
Probabilmente non la pensava così il
proprietario della Mercedes aggrovigliata sotto il
peso della giunonica Amazzone Su Cavallo Rampante Ipertrofico. Del resto
costui, se fosse stato previdente, avrebbe potuto cautelarsi sottoscrivendo una
polizza d'assicurazione di tipo DUSE (Danni Ulteriori
provocati da Sculture Equestri).
Ad ogni modo, tralasciando l'accorata
partecipazione al fatto estetico propugnata dall'assessore di * (l'antica **),
la statua, quella classica, canonica, irremovibile, è un ponte che ci lega al
passato, è un omaggio alla memoria, un monito, una scossa alle coscienze ignave.
Hanno una luce diversa le statue degli
eroi e degli uomini illustri, di coloro che davano del
tu alla virtù e s'appressavano alla dimensione angelica, dei visionari e dei
folli che avevano un cuore d'opale e d'alabastro tutto screziato con riflessi
d'argento (ma esiste anche la versione in oro bianco).
Sin dall'antichità l'umano consesso ha
convenuto che vi siano dei luoghi nelle città, sotto
gli occhi di tutti, dove è bene che i sommi valori della sua specie siano
materializzati in cipigli duri e progressivi, luminosi e fieri.
E' storicamente provato che, tirate su
quattro casupole che mutino uomini nomadi in residenti
e facciano di un indistinto suolo un'espressione geografica, un languore spunta
negli animi di quegli uomini.
Essi vogliono ardentemente coniugare
due impulsi primari: esprimere in modo visibile la loro
comune identità e i loro modelli, e disporre lungo il diuturno cammino
delle boe da usare come orientamento, come senso rotatorio, e come snodi per
corse ciclistiche.
Sicché in ogni borgo e cittadella,
massime nelle metropoli, scultori e scalpellini forgiarono totem in memoria di uomini, che allignarono, crebbero, e ripararono il volgo
dalle intemperie morali.
Venivano così impressi nella pietra patrioti, condottieri,
artisti, filosofi, statisti, poeti, santi, e poche altre categorie (quadro 1P
del modello 740).
Le dette categorie sono tuttora tenute
al rilascio di regolare fattura per ogni somma prestazione, ad eccezione del
patriota, se muore di morte accidentale (tipo scoppio di una polveriera, di un
arsenale, di una mina, o di un motore a scoppio 2) o prefigurata,
ma i cui effetti vanno al di là del fatto scenico
(tipo fucilazione, quando gli avevano garantito che le armi erano caricate a
salve, e invece qualche buontempone del plotone ci aveva messo delle cartucce
vere), non omettendo particolari truculenti (tipo ghigliottina, quando un
compagno di lotta lo aveva più che rassicurato di non temere, ché tanto la lama
s'inceppava lungo il tragitto; e il fatto era vero, niente da dire, però non
s'inceppava sul tratto Partenza - Testa Trepidante, bensì sul tratto Testa
Tagliata - Arrivo...).
L'altra eccezione al rilascio delle
fatture la fanno i santi, qualora non patrocinino acque minerali.
E la città che non ha avuto nel recente o remoto passato
la fortuna d'aver dato i natali ad un simile personaggio, che fa? Cosa mette in mezzo alla piazza principale? Quale morale?
Quale faro? Quale esempio avito?
Per la verità è una domanda alquanto
ingenua nella società del libero mercato.
La risposta è semplice: ci si
approvvigiona del personaggio famoso da una città vicina e più feconda. Pagamento cash, o in natura (capi di bestiame,
energia idroelettrica, scorie nucleari, pesci termometro, Santo Graal), e il grand'uomo finitimo
diviene nostrano.
E se tali risorse
scarseggiano anche nel circondario, che si fa?
Banale! Si ricorre al Terzo Mondo.
E' ciò che ha fatto la città di *
(l'antica **) per avere un proprio uomo illustre.
Infatti la statua che troneggia tutt'oggi
nella piazza IV Agosto 3 è quella di Mbwala Nkoboto Umfugi, un watusso di
quasi
Cosa ha fatto di eclatante?
Precisamente non lo
si sa; una commissione di studiosi sta tuttora facendo delle ricerche.
D'altra parte, data l'esigua spesa, non si può stare tanto a sottilizzare.
E’ pur vero che queste lacune
biografiche misero in difficoltà lo scultore incaricato di ritrarre l'immortale
"nell'atto di".
Come è noto ciascuna figura storica è ritratta nella
positura che ne ricorda l'ufficio. L'architetto impugna in genere la pergamena
del progetto, il santo martire languisce trafitto da
uno strale o azzannato da una fiera, il poeta guarnito d'alloro impugna pensoso
una penna d'oca, il navigatore è al timone di un intero vascello che leva le
vele al vento (sono le sculture più ingombranti; generalmente le piazze dove
posano i navigatori sono chiuse al traffico).
Per il nostro Mbwala,
non conoscendo allora né l'espressione (fiera o pensosa? altera
o mesta?), né i ferri del mestiere e il modo d'utilizzo, si ricorse in via
provvisoria ad un espediente. Su ispirazione dei celebrati ruderi classici lo
scultore omise testa e braccia (che sono sommamente caratterizzanti), nonché le gambe (non si sa mai: metti che era un maratoneta,
o un ballerino).
Così, con un certo grado di confidenza,
troneggiava in piazza IV agosto (ancora per poche ore)
l'orgoglioso lacerto umano, incoraggiamento alla virtù generica ed alto monito
contro la vivisezione.
Ma perché mi sono dilungato tanto a parlare di
statue?
Ah, si! Probabilmente perché su una
siffatta statua troveremo un’emanazione della protagonista della nostra storia,
prima ancora che lei si materializzi.
1 Il
pedaggio si paga in ragione del numero di gobbe, essendo equiparabile un
dromedario ad una utilitaria, ed un cammello ad una
berlina.
2 Per i diesel è invece prevista una
soprattassa tarata sui cavalli fiscali.
3 Il nome della piazza cambia di giorno in
giorno appresso al calendario. In quella piazza le missive rispedite al
mittente non arrivano più, o arrivano circa un anno dopo.
© Gero Mannella Copyright