Ditemi un po’, che fareste se aveste a che fare con
un bamboccio che senza saperlo si balocca con una bomba a mano?
Si, dico proprio una bomba vera, una granata, di
quelle che si strappa la linguetta ed esplode.
Roba da far rizzare i capelli in
testa, vero?
E’ quanto successe a mio zio Vittorio un bel po’ di anni fa.
Mentre si intratteneva in
giardino con alcune cavallette di sua conoscenza, provando a sudar freddo
ogniqualvolta esse aprivano le ali e mimavano il balzo, qualcosa attrasse la
sua attenzione.
Vide il piccolo Lillo che
si gingillava poco distante con uno strano oggetto.
Zio Vittorio chiese allora permesso alle
cavallette, pregandole di non allontanarsi, ché le
avrebbe disinfestate presto, e si diresse tosto verso il bimbo.
Costui giochicchiava
con qualcosa che d’acchitto l’inquietò, avendone
intuito la sagoma e la linguetta dallo strappo facile.
Tanto più che il piccolo, nel titillare la linguetta, aveva
la caratteristica postura accigliata che hanno gli imberbi quando armeggiano
con aperture ermetiche, siano esse cocacole, fante, o
bombe a mano.
“Mio Dio!”, esclamò mio zio avvampando, “fa che non sia ciò che penso!”
Avanzò
di qualche passo mentre un fremito gli percorse la
spina dorsale. Essendo un uomo pio, per riflesso richiamò alla mente ogni sorta
di implorazione.
“Ti prego,
Signore, fa che non sia ciò che penso…”
Si!
Quell’oggetto sembrava avere un aspetto familiare e
minaccioso insieme, foriero d’imprevedibili conseguenze.
“Fa che non sia una cocacola…”,
ripeté fra sé, “fa che non sia una cocacola…”.
E si fe’ turbato il segno della
croce, essendo timorato di Dio e delle cocacole.
E nel ripensare all’anidride
carbonica, che era parte integrante della bibita, più che il diuturno miracolo
della fotosintesi gli sovvennero i pestiferi ammorbamenti da meteorismo, ed
anche alcuni disgelati dossier di comitati noglobal,
da cui s’evinceva l’utilizzo della cocacola come
solvente, diserbante, sturalavandini, coibentante, emulsionante, disinfettante per il water, e
principale reagente delle esplosioni atomiche negli atolli del Pacifico.
Capirete dunque perché a zio Vittorio le rotule
cominciarono a fare giacomo giacomo.
Avvicinatosi ad un metro dal bimbo, cercò senza allarmarlo di identificare per bene quel gingillo che le
manine irrequiete e ignare celavano e rivelavano a tratti.
Alla fine, fiuuu!, la vista lo tranquillizzò alquanto, e scongiurò la
prospettiva peggiore: la sagoma non era quella cilindrica della famigerata
bibita, bensì una sorta di ananas in miniatura.
Tirato un mezzo sospiro di
sollievo, il genitore s’applicò poi a decifrare il significato di quella
sagoma.
In verità anche chi non ha una grande
familiarità con la frutta tropicale è in grado di discernere la caratteristica
sagoma dell’ananas per la sorprendente somiglianza con una bomba a mano.
Tale peculiarità era del resto
evocata anche nelle definizioni enciclopediche, per le quali i reciproci
richiami visivi andavano al di là della compiuta descrizione dell’oggetto.
Così su un dizionario in voga allora alla voce
“granata” (o “bomba a mano”) avreste letto “proietto d’artiglieria a forma
d’ananas, mono o multiuso (potendo mutilare una o più
persone)”, mentre alla voce “ananas” avreste letto “frutto tropicale mono o multiuso a forma di bomba a mano”.
Sicché a chi, privo di conoscenza preterita, fossero stati serviti su un vassoio una granata
e un ananas sarebbero toccate il cinquanta per cento
di probabilità di lanciare il frutto, con nullo effetto sulle schiere nemiche,
e di affettare viceversa la granata, dilaniandosi contestualmente,
eventualmente coi suoi sodali.
E’ d’altra parte noto come
ai tempi dell’ultima guerra, approfittando della indeterminatezza semantica
creata dai dizionari, gli scaltri nemici usassero inviare in regalo, quali
nuovi cavalli di Troia, delle casse anonime piene di granate sulle quali
campeggiava l’etichetta blu “Chiquita”.
Dopo reiterate gravose perdite tra le nostre fila,
causate dall’incauta affettatura (non priva
d’affettazione) del sedicente frutto, fu investita
l’Accademia della Crusca del gravoso compito di fornire in modo non ambiguo la
definizione dei due termini.
Per evitare qualsiasi perniciosa interferenza referenziale le due definizioni furono blindate. La granata
divenne “proietto d’artiglieria mono o multiuso (potendo
mutilare una o più persone) non assimilabile ad alcun frutto tropicale, anche in presenza di bollini blu”, e l’ananas fu ridefinito “frutto
tropicale mono o multiuso a forma di mero frutto
tropicale, o al massimo di pigna”, stimando che se uno caso mai avesse
affettato una pigna al posto dell’ananas non ne avrebbe tratto gran nocumento.
La tautologia intrinseca in quest’ultima
definizione era il male minore, da accettare senza obiezioni per puro amor
patrio. D’altra parte, se proprio si vuole sottilizzare, anche la definizione
del termine “tautologia” a quei tempi
lasciava alquanto a desiderare. Se l’aveste cercata
sul dizionario avreste letto la seguente enunciazione: “Tautologia: (s.f.) Proposizione
che una volta enunciata richiama nell’uditorio l’esclamazione ‘grazie al cavolo’ ”.
Ma
leviamoci dalle pastoie della semiologia, e torniamo alla nostra vicenda.
Fugato il pericolo cocacola,
quando zio Vittorio realizzò che il bimbo stava
giocando con una bomba a mano ne fu nondimeno atterrito.
Trattenne il fiato, inghiottì la saliva, non
potendo frenare lo scorrere del sudor freddo lungo la collottola e l’improvvida
secrezione di alcune ghiandole a forma di bomba a mano
di cui non ricordo il nome, e s’avvicinò piano piano
al fanciullino.
In verità un pregio dello zio era il controllo dei
nervi e la capacità di frenare le pulsazioni che un comune mortale avrebbe
avuto infinite al cospetto d’un tale pericolo. E sapeva inoltre come trattare i bimbetti indisponenti ed
ignari di residuati bellici.
“Con cosa stai giocando, Lillo?”, gli fece con
forzata disinvoltura, seppur con gli occhi che guizzavano irrequieti dal suo
viso a quell’ogiva grigia, terrea, la cui apparente
insignificanza sembrava dissimulare il mortifero
potere.
Al candido, assente sguardo del bimbetto le
pulsazioni del papà si fecero un cupo, impetuoso rimbombo. Al solo pensiero di
cosa sarebbe successo se quella linguetta fosse stata divelta, cosa sarebbe
stato di quelle manine irrequiete e delle braccia, del radio e dell’ulna,
dell’omero e della scapola, per non parlare del deltoide e del bicipide brachiale, insomma di quel corpicino
pulsante e sudaticcio e dei suoi principali componenti,
ma anche dell’antico albero retrostante, della sua casetta in mattone forato
ancora da intonacare, e delle querule cavallette sulla staccionata, ebbene a
quel pensiero un fiotto sordo di sangue alle tempie gli rabbuiò la vista.
“Posso giocare con te, Lillo?”, ci riprovò il
babbo.
Il bimbo sembrava aver scorto la tensione
sottaciuta nella sua voce, le armoniche di una trepidazione repressa, nonché qualche tic apparsogli in volto (quand’era nervoso
mio zio strizzava l’occhio destro e faceva pulsare la mascella con la frequenza
del cesio).
Tant’è
che con aria di sfida ed un sorriso che si sarebbe detto perverso fece per
staccare la linguetta.
“No, no! Aspetta!”, ansimò
zio Vittorio strozzando il grido in gola.
“Po…posso giocare anch’io?”, s’insinuò espandendosi
in una smorfia stiracchiata, come di un Frankenstein
gioviale.
“No”, fece il bimbo.
La risposta non sorprese lo zio, a cui era nota l’indisponenza del piccolo. Tuttavia
non aveva altra scelta, doveva continuare sulla strada del dialogo.
“Stai giocando alla guerra, Lillo?”
“No”.
“Ma si! Sono certo che
stai giocando alla guerra! E magari stai pure
vincendo, eh?!”, ammiccò imprimendo alla voce un’invereconda nota di
complicità.
“Non è vero!”, protestò Lillo col dito contratto
nell’infido anello.
“Va bene, va bene”, conciliò l’adulto, e si
ritrasse un attimo.
Doveva attingere a tutte le sue cognizioni di
psicologia infantile.
E’ indubbia nei piccoli la disposizione
all’emulazione dei grandi, ed una certa inclinazione all’epica. Ma mica è detto, rifletté, che questa debba concretarsi solo
nella negatività della guerra?
Può darsi che per lui quella cosa strana sia poco più di un ananas, ponderò riandando con la mente
all’Accademia della Crusca.
Eppoi
che esperienza aveva lui della guerra, essendo nato in tempo di pace?
Magari gli era giusto evocata dalla vulgata del
nonno, che quando stava di genio gli ammanniva un po’ di storielle, miste a
farnetichi, sui tedeschi, gli americani e i sumeri 1.
A quei tempi infatti i
nonni s’improvvisavano aedi di belliche gesta presso le nuove generazioni,
anche se i risultati non sempre erano esaltanti. Ché
quelli, narratori improvvisati quali erano, non conoscevano l’arte
d’accalappiare colle parole, di trasportare nei luoghi, di richiamare colori,
odori, grida.
I loro racconti erano spesso noiosi, strascicati, e
così infarciti di “non mi ricordo”, “come si chiamava?”, di lamentazioni sugli
acciacchi dell’età, di raschi e sputacchi, che alla fine quegli intermezzi
scardinavano l’aura affabulatoria a cui i bimbi
soggiacevano restii.
Per non parlare poi del tanfo che esalavano di
dopobarba stantìo, dell’ammorbante misto d’aglio,
tabacco e canfora, ed in generale dei prodromi del cadavere in divenire che si
portavano appresso.
La guerra percepita dai racconti dei nonni non
sembrava dunque eccitante, né degna d’essere giocata.
E quando i vecchi chiedevano la mazzetta a compenso del racconto elargito il
diniego del bimbo era l’ovvio risultato.
A quel punto agli avi non rimanevano che i
piagnistei per impietosirlo, o l’estorsione a mano armata per intimidirlo (il
nonno di Lillo usava una siringa infetta).
Il piccolo dunque sembrava non soggiacere alla fascinazione della pugna, e quell’oggetto
a forma di pannocchia tra le sue mani appariva vieppiù incongruo, astruso,
incomprensibile.
Zio Vittorio aveva sì capito che per scioglierne la
diffidenza doveva afferrare le fantasie che gli balenavano per la mente, e
raccordarsi ad esse. Ma aveva altresì realizzato che a nulla serviva attingere tali informazioni
dal bimbo stesso, ché sarebbe solo incocciato in un muro di sospetto.
Si concesse perciò un po’ di tempo per studiare il
figliolo senza dare nell’occhio, per quanto avvertisse
quel po’ di tempo in stridente conflitto coll’urgenza
di por fine alla minaccia. Si allontanò con noncuranza e finse di intrattenersi
vicino alla corteccia dell’albero accanto: un acanto appunto.
Da una nicchia dell’acanto sbucò un picchio che
fischiettando finse di intrattenersi con l’uomo per non dare a capire del suo
studio a distanza al figliolo picchiatello, che si gingillava con un insetto
velenoso a forma di bomba a mano (sfuggito per fortuna alla nomenclatura degli
accademici della Crusca). L’uomo dal suo canto fingeva di interessarsi al
picchio ed al suo canto sull’acanto accanto, mentre in realtà studiava del
bimbo i moti e le espressioni.
Mutatis mutandis, microcosmo e macrocosmo, ognuno c’ha le sue rotture di palle, pensarono le cavallette dalla
staccionata.
Il bimbo guardava davanti a sé, oltre il cespuglio,
la bomba saldamente nella mano destra. Lo sguardo lontano, di certo vagheggiava qualcosa, chissà, forse almanaccava pure. Se era vero che gli occhi rispecchiano l’anima rendendola
perspicua all’investigazione, all’uomo non rimaneva che concentrarsi sui loro
moti.
Si sporse dall’acanto ed aguzzò la vista, per
quanto poté.
Ebbene, da come si movevano gli occhi del piccolo sembrava evidente che seguissero il corso d’un
pensiero. Nello spostarsi da sinistra verso destra davano quasi ad intendere
che stesse leggendo una riga di scrittura.
Ma
dove si trovava quella riga? Lontano, verso l’orizzonte, forse era null’altro
che l’ordito delle nuvole?
Quando poi lo vide leggere
da destra verso sinistra gli venne da pensare che il testo immaginario fosse in
arabo.
Curioso bimbetto! Così piccolo e così criptico!
E
come interpretare poi quello scorrimento verso il basso? Forse una lirica dalla
metrica corta?
E
non era infine possibile che il susseguente moto verso l’alto sottendesse un
pensiero trascendente o un principio di preghiera?
Dopo qualche minuto di applicazione
allo zio sembrò che quel percorso ermeneutico fosse
alquanto malsicuro. Tanto più che aveva difficoltà ad
interpretare i moti oculari in diagonale, a semicerchio, a spirale. Per non parlare di quelli a mossa di cavallo, a frattale, a doppio
senso alternato, a bandiera del Nepal.
E
quand’anche fosse stato, come associare poi a quelle evoluzioni una qualsiasi
riflessione o fantasia?
Al colmo della frustrazione egli decise di
sospendere la decodifica quando vide le pupille mimare il doppio salto mortale carpiato, la picchiata delle Frecce Tricolori,
la circumnavigazione di uno snodo cardanico, la vivisezione di un tronco di
cono.
Impotente ed avvilito lo zio si chiedeva com’era
che quel piccolo, tenero, meditabondo, arcigno, fottuto
figlio di puttana non s’adoprasse a muovere le membra e giocare come ogni
piccolo, tenero figlio di puttana della sua età, invece di imbrigliarlo negli
infruttuosi tentativi di interpretare i moti di quegli sferoidi oculari, che
per riflesso avevano innescato la rotazione di altri
sferoidi.
Il fatto è che Lillo aveva
mangiato la foglia (come le cavallette sullo sfondo), e allora aveva
deciso di boicottare gli sforzi paterni, pensando in cuor suo “Ah, si? E allora interpreta questo!”
Di qui quell’escalation
di turbe del nervo ottico da incutere il sospetto di un attacco d’epilessia.
Solo quando si volse verso di lui trapassandolo con
uno sguardo di scherno l’etologo improvvisato s’arrese e si celò dietro il
tronco d’acanto.
“Piccolo diavolo!”, rimuginò buttando un occhio nel
buco dove il piccolo picchio giocava coll’insetto a
forma di bomba a mano.
Quella impermeabilità,
quella torbidezza, quella perversa sagacia lo turbavano più di quanto lo
inorgoglissero in quanto padre. Dov’era finita la
candida diafaneità dell’infanzia, l’intelligibilità
di desideri, pensieri e motti? Cos’era quell’inopinata
accorciatura dell’età dell’innocenza? E quell’indisponenza, quell’ostinato
gioco del rovescio?
Già! Perché alla fine
tutto si riduceva a quello: un maledetto gioco del rovescio.
Gioco del rovescio?
Fu proprio allora che il lampo di un’idea
attraversò la mente del nostro uomo!
Forse la situazione non era del tutto immanovrabile se era in grado di ravvisare un qualche
determinismo nell’agire di quel piccolo bastardo. E
l’unico elemento rilevante su cui poteva confidare era appunto quel gioco del
rovescio, l’intransigente rifiuto della collaborazione, la sua attitudine a
fare l’esatto contrario di tutto ciò che gli si chiedeva.
Se davvero così funzionava l’interazione allora c’era ancora qualche speranza.
Detto fatto decise lì per lì di non indugiare
oltre. S’avvicinò al bimbo e s’accinse alla perigliosa verifica.
Certo le tempie gli scoppiavano, il passo era
macchinoso, come se avesse una pròtesi, ed un formicolìo gli percorreva i principali gangli, snodi, ponti
e ripetitori nervosi. Ma doveva farlo, doveva
arrischiarsi. Non c’era altra scelta!
Con voce malferma gli intimò dunque di togliere la
linguetta alla bomba.
I secondi che seguirono il perentorio ordine furono
un concentrato di palpitazioni, che ne sarebbero bastate la
metà per un intero anno. In quei pochi istanti gli si infiammò
il volto ed avvertì distintamente dei rivoli, ma forse dovrei dire zampilli, di
sudore, ma forse dovrei dire d’acqua, percorrergli lateralmente la fronte, ma
forse dovrei dire cavità temporale.
In quel frammento di tempo gli sovvenne persino
l’impressione della follìa, il dubbio d’aver smarrito
il lume della ragione.
Poi la liberazione. La fronte
aggrottata ed il musetto contorto di Lillo che anticipavano l’auspicata
risposta. Un “NO!” lapidario, schioccato dal palato.
“Siiiii!!!”,
esultò mentalmente zio Vittorio, e contrasse per istinto i pugni.
Allora era proprio così che funzionava! Aveva
trovato la chiave! Che scaltrezza! Che
arguzia!
“Ordunque bando ai facili
entusiasmi”, si frenò, “bisogna passare alla fase successiva, quella che conta sul serio…”
Doveva affrettarsi, incalzarlo senza dargli modo di
rimuginare sulla dubbia coerenza delle sue esortazioni.
“Lillo! Mi raccomando, non lanciarmi quella cosa
che mi arrabbio! Hai capito?!…
Bada!!”, gli intimò vibrando minaccioso l’indice della destra.
Come per un riflesso condizionato Lillo, rivelando di colpo tutta la sua puerilità, s’apprestò al lancio.
“Vieni, bello! Vieni!!!”,
invocò tra sé l’uomo, preparandosi alla parata senza darlo a vedere.
Il bimbo, che evidentemente negava un solo ordine
per volta, non avendo memoria delle intimazioni precedenti, prima del lancio,
come un granatiere che si rispetti, fece per rimuovere la linguetta.
Zio Vittorio ebbe un sussulto.
“Nooo! …”, gemette, ma
strozzò sul nascere quel suono.
Teso come una corda d’arpa s’impose d’esser freddo
anche a costo della vita, e si corresse.
Deglutì, e lo invitò veemente, con ampi gesti delle
mani.
“Siiii! Tira quella dannata
linguetta! Tiralaaaa! E’ un ordine!!!”
Il piccolo applicò disciplinatamente l’inversione, per cui non toccò la linguetta, inarcò il corpicino, e finalmente lanciò l’ordigno innocuo tra le
mani sudaticce del padre.
Finalmente, vivaddio!!!
Afferrata l’efferata pigna, con la stessa
scioltezza con cui si afferra una castagna appena sputata da un altoforno, e
tuttavia tenendola salda in pugno come un trofeo, lo zio in cuor suo si prostrò
in ringraziamenti ad una teoria di santi del calendario, promettendo loro
pellegrinaggi, offerte e ceri.
Nello stesso momento si avvicinò al
piccolo Lillo e gli ammollò con la punta del piede un violento calcio
liberatorio, mirando direttamente all’osso sacro, e facendolo così ruzzolare
nel retrostante cespuglio.
Eh, si! Coraggio, scaltrezza, e nervi d’acciaio!
Queste erano le qualità che s’assommavano e si
sublimavano in quel grand’uomo di zio Vittorio.
Potete immaginarvi, dopo tanto lavorìo,
con quanta levità e fierezza s’avviò con passo elastico verso casa, pregustando
il racconto che ne avrebbe fatto in paese!
La sua impresa sarebbe rimbalzata di bocca in
bocca, senza alcun dubbio. Innanzitutto quella sera,
al circolo dei reduci.
Ah, ah! Chissà quante bevute in suo onore, con
quelli lì a chiedergli ogni minimo particolare!
Ma
si! Chi era Pietro Micca al confronto?
Fu un vero peccato che quello stato d’euforia, quell’assaggio di gloria sempiterna, fosse
durato così poco.
Infatti
proprio in prossimità dell’uscio di casa zio Vittorio, pur tenendo saldamente
al sicuro la bomba a mano, con gran fragore saltò in aria su una mina
anticarro, dilaniandosi in migliaia di brandelli proiettati a raggiera per il
circondario.
E’ purtroppo noto come in quel periodo i nostri
poderi fossero costellati di residuati bellici.
Credo solo di dover aggiungere che, mutatis mutandis, quello stesso
meriggio il picchio saltò in aria becchettando un residuato di petardo lasciato
da Lillo, abbandonando al suo destino il piccolo picchiatello coll’insetto velenoso a forma di bomba a mano.
Le cavallette infine saltarono dalla staccionata,
ma motuproprio.
1. Le conoscenze storiografiche del nonno erano alquanto carenti, al
contrario di quelle sull’uso dell’LSD.
© Gero Mannella Copyright