Il Golem
C’è stato un tempo in cui l’Immondizia che ci sovrasta, e
da lassù tutti ci guarda e ci giudica, era invisa alla pubblica opinione,
bistrattata, isolata, perseguitata.
Si stenterà a crederlo, ma c’è stato un tempo in cui
l’Immane Piramide di sacchetti non era accettata come parte vivida e pulsante
della nostra vita, il suo odore lo si chiamava miasma, s’udiva ciarlare di
focolai d’epidemie e fucine di ratti.
Insomma una vera e propria caccia alle streghe.
Bastava che i sacchetti mettessero il naso fuori da quel
lager verde chiamato cassonetto che, apriti cielo!, subito si levavano cori di
proteste, indignazioni, interpellanze, barricate.
E in quel periodo buio non mancarono nemmeno gli eccessi,
le intemperanze degli integralisti, le azioni dimostrative di sedicenti
comitati civici.
Avete presente il Ku-klux-klan? Si, proprio così,
s’arrivò persino al Sacrificio Supremo.
Gruppi di facinorosi dalle menti obnubilate arrivarono ad
appiccare il fuoco alle Piramidi di Quartiere che svettavano tra i palazzi
gareggiando l’un l’altra in altezza: milioni di sacchetti emisero il loro urlo
di dolore strozzato mentre le fiamme li sventravano, ne liquefacevano il
pigmento, li riducevano a mesta poltiglia bruna.
Quell’olocausto tuttora sopravvive nella nostra memoria, è
un monito per le future generazioni, e lo commemora il Museo ricavato dallo
scellerato progetto di inceneritore, per fortuna mai completato.
Poi un bel giorno un raggio di luce cominciò ad
insinuarsi nel buio stagno del pregiudizio:
Sì, disse proprio così: “L’immondizia è ricchezza”.
Per la gente quella frase fu un’epifania, rimanemmo tutti
a bocca aperta.
Illuminati dal lucore del plasma ci approssimammo allo
schermo, dubitando di ciò che avevamo sentito.
Ma Lei lo disse di nuovo: “L’immondizia è ricchezza”. E
lo ripeté su tutti i canali.
Da allora la vita in città cambiò radicalmente.
Quelle piramidi sbilenche e variopinte cominciammo a
guardarle con occhi diversi, con curiosità prima, e con rispetto poi. E i
miasmi a ben sentire non erano tali, checché! Le nostre grette nari per anni ci
avevano ingannato. Fragranze inedite emanavano quei sacchetti, specie coloro che,
dispersi ai lati delle piramidi, finivano con l’essere aperti da cani randagi
ed ostentavano le variegate interiora: lattine di birra, bordi di pizza,
pannolini, verdure appassite, ossa, lische, bucce.
La nostra Spazzatura era la nostra ricchezza, ormai lo
dicevano tutti, e noi cominciammo a coccolarla, a farcene vanto, a riportare
all’ovile piramidale il sacchetto disperso per strada.
E più
Al giorno d’oggi l’Immondizia è il motore primo e il
termine ultimo del nostro agire. Scevra la nostra mente dai pregiudizi dei
trogloditi, con devozione giorno per giorno rechiamo quale tributo al Golem del
quartiere il nostro sacchetto ricolmo, e ci fermiamo qualche minuto in
contemplazione della sua debordante immanenza, sentendoci così piccoli al
confronto. Giusto uno slancio mistico verso il cielo che ancora s’intravede
oltre
La meschinità è prerogativa dei poveri di spirito. E
taluni, invece di salvaguardare il Bene Comune, preferiscono l’appannaggio per
sé di briciole di ricchezza. Non è infrequente infatti assistere al penoso
furto di sacchetti dalle Piramidi, fatto per lo più nottetempo da gente priva
di scrupoli, spesso su commissione. Di qui il presidio dei poliziotti di
quartiere: un drappello per ogni Golem, col mandato di sparare a vista sul
trafugatore.
Oddìo, per onestà intellettuale e per togliermi un peso
dalla coscienza vorrei sottolineare come nemmeno io sia immune dal peccato, pur
in assenza di premeditazione.
Come si dice? L’occasione fa l’uomo ladro.
Insomma giorni fa di buon mattino mi ritrovo la macchina
completamente sommersa da migliaia di sacchetti di Spazzatura, a causa dell’improvvido
collasso del Golem di quartiere. Ebbene nel rimuovere tutti quei sacchetti dal
tetto, lo confesso, non ho resistito. Ho dato un’occhiata al circondario,
nessuno mi osservava, e con gesto lesto ho imbucato quattro sacchetti nel
bagagliaio.
Quattro sacchetti! Ci pensate? Da quello che dice
Giuro però che non lo farò più.
Si, in fin dei conti sono felice di vivere le magnifiche
sorti e progressive della società opulenta.
E quanta pena mi fa quella poveraccia di mia nonna.
Pensate, è morta due settimane fa sepolta dal crollo di un altro Golem, pace
all’anima sua.
Lei continuava a chiamarla con spregio “monnezza” e a
sostenere che puzzava (Dio la perdoni).
L’unica attenuante alla sua scelleratezza era l’essere sorda
come una campana. Non aveva mai sentito con le sue orecchie
E non aveva mai provato il brivido di trovarsi in
ginocchio davanti a te, o mio Golem, a riflettere sull’umana caducità.
Però che bella la sua morte, essere sommersi ed avvolti
dal Tuo grembo!
Io non potrei desiderarne una migliore: saprei
abbandonarmi, chiudere gli occhi, e il naufragare mi sarà dolce in questo mare infinito
di sacchetti.
©
Gero Mannella Copyright