Il Gran Sasso di qualcuno

 

 

 

Sigismondo Estevez cominciò la scalata del suo Gran Sasso il 24 aprile 2007: temperatura alla base di 18° gradi, appena un po’ di nuvole, ed un venticello refoloso che gli investiva il viso e che, incuneandosi tra le asperità minerali, produceva un suono d’ocarina.

Il fardello che portava sulle spalle era ponderoso e grave per un solo individuo, ma andava bene così, non avendo trovato compagni disposti a scalare con lui la parete da quel lato.

Il crinale era infatti ripido ed i punti di appiglio dovevi cercarli col lanternino.

Un’apprensione particolare gli era cagionata dalle antenne: guai a guastarle, sarebbe stato il fallimento certo della missione, ma anche la verosimile compromissione del suo futuro. Nella scalata non si avvaleva di strumenti d’alcun genere, ma questa non era una novità: il free climbing era piuttosto comune nel suo giro, anche se i più lo praticavano senza zavorre di quel genere.

L’ascesa mise a dura prova il suo equilibrio costringendolo ogni tanto a rifiatare quando s’accingeva ad uno sforzo straordinario, una pendenza di novanta gradi o un’appiglio scivoloso.

E più d’una volta una vertigine l’aveva colto quando, occhi al cielo, aveva avvertito la zavorra attrarlo verso il fondo mentre quelle accidenti di antenne si stagliavano davanti a lui affogate nel blu indaco sgombro di nubi.

Ma Sigismondo Estevez era un tipo coriaceo, e la pugna contro la gravità era il suo pane quotidiano.

Senza imbracature di sorta, e con un basto di gran lunga superiore al suo peso, egli appiedò alla sommità del Gran Sasso all’imbrunire di quello stesso giorno.

Ebbe però giusto il tempo di riporre il peso e rifiatare piegato in due su sé stesso, quando qualcosa di plumbeo e ineluttabile gli offuscò l’effimero ansimo di gloria.

Un rombo immanente ed un tanfo di idrocarburi s’accompagnò alla percezione di un buio ferale sopra la sua testa. A quella inopinata eclissi s’associò una pioggia di selci in forma di meteoriti, che presero a schizzare intorno al Gran Sasso, alcune sfiorandolo.

L’ultimo barlume di vita s’accompagnò ad uno stridore di freni a disco e ad una folata incandescente da armageddon.

Poi un pneumatico Pirelli P100 schiacciò di taglio Sigismondo Estevez disarticolandone le zampe e le antenne. Il grano di miglio, fardello gravoso e non più fruibile, trovò invece salvamento in un’intercapedine del copertone.

Per la frizione il Gran Sasso rotolò via con altri sassi minori sotto l’incedere delle ruote del camion. Poi il trambusto s’affievolì con l’allontanarsi del mostro tra l’ultima pioggia di brecciolino.

Sul selciato giaceva esanime Sigismondo Estevez, nella tassonomia animale esemplare delle Myrmicinae, o formiche comuni. Più discosto da lui c’era un ortottero di cui non conosciamo le generalità, ma la cui parabola esistenziale aveva avuto pari epilogo.

 

A Guillaume de Toqueville, giovane camionista francese, e dunque del genere homo sapiens sapiens, non era dato per natura di recepire il nocumento che il momento della quantità di moto delle ruote motrici del suo camion arrecavano al microcosmo animale. Egli continuò ad arrancare in prima lungo i tornanti del Gran Sasso d’Italia per raggiungere in tempo utile l’avamposto dell’osservatorio astronomico. La sua missione era scaricare con urgenza le apparecchiature e far poi ritorno a l’Aquila.

La notizia dell’incrocio della rotta degli asteroidi aveva fatto il giro del mondo e suscitato un clamore che aveva sfiorato appena Guillaume de Toqueville.

Lui in quel mentre, la mente sgombra da pensieri così come il cielo da nubi man mano che s’appressava alla vetta del Gran Sasso, era solo compreso dalla guida del suo camion e dallo stupore che gli destavano i tornanti quando s’aprivano a precipizio sulle valli.

Sul tratto finale la pendenza aumentò e Guillaume de Toqueville dovette procedere con cautela lungo lo sterrato che culminava nell’altopiano.

Ivi pochi giorni prima s’era insediato l’osservatorio mobile per studiare quello straordinario fenomeno.

Dopo un’interminabile teoria di curve egli provò un’intima euforia alla vista delle tende da campo che preludevano al riposo e al ristoro.

Il cielo improvvidamente caliginoso sopra la sua testa non distolse più di tanto il corso dei suoi pensieri.

Così doveva essere in alta montagna: nubi e cirri plumbei che da un momento all’altro anticipavano la notte come in un’eclissi.

Fu quella una delle ultime percezioni in vita di Guillaume de Toqueville.

Quel buio improvviso, a cui s’accompagnò presto un frastuono inaudito e folate di vento e polvere come il più virulento dei ghibli, fu cagionato da un meteorite fuori rotta che aveva bucato l’atmosfera e s’accingeva al nefasto impatto col monte.

Il meteorite, noto a sua volta tra la comunità astronomica con l’appellativo di Big Stone (Gran Sasso) s’abbatté sull’atavico Gran Sasso d’Italia a un dipresso dal tramonto, secondo l’accezione comune degli indigeni.

 

Dopo l’impatto un osservatore ideale e ultramondano, pur dotato di strumenti ipervisivi, non avrebbe scorto più tracce di Guillaume de Toqueville e del suo camion, né degli scienziati dell’osservatorio, di quest’ultimo stesso, e del Gran Sasso d’Italia che per milioni di anni era svettato sugli Appennini.

Anche di questi ultimi non v’era che una pallida memoria, così come del brulicare di organismi pluricellulari che fino a poco prima avevano alloggiato sul pianeta.

Quell’osservatore ultramondano avrebbe solo notato la deriva del pianeta azzurro, distolto dall’originaria rivoluzione, verso la periferia del sistema solare, e la sua progressiva decolorazione verso una tinta opaca e brunita.

Con buona probabilità quell’osservatore agnostico, che non aveva di meglio da fare che scrutare corpi celesti, ancorché informi, vaganti per lo spazio intergalattico, si sarebbe incuriosito per quell’oggetto declassato da pianeta a relitto eccentrico, e lo avrebbe indicato ai suoi simili nella propria lingua col sideronimo di Gran Sasso.

 

© Gero Mannella Copyright 2007