Me lo scrivo

 

 

 

Quando G. rientrò a casa dall’ufficio, potevano essere le sei del pomeriggio, trovò il cadavere di una donna nel soggiorno.

Sulle prime ne fu stordito, un formicolio gl’invase il corpo, ebbe l’istinto di urlare, scappare via.

Poi si fece forza per venire a capo di quel mistero: s’accovacciò sul corpo e l’analizzò.

Non vide sangue né tumefazioni, gli occhi erano serrati, le labbra socchiuse.

Debbo chiamare la polizia”, disse a fil di voce.

Provò a ricordare il numero del pronto intervento, ma senza risultato.

“Amnesia”, pensò.

Gli capitava pure col PIN del bancomat. Eppure era un numero breve, 3 cifre, che sin da piccolo sapeva essere simile alla targa dell’auto di Paperino.

Provò a ricordare almeno quella mentre fissava il viso sereno e scavato del cadavere. Niente da fare.

I vuoti di memoria sono così: ti concentri e non ti viene niente, appena te ne scordi i numeri ti ballano davanti.

“Okay, usiamo le pagine gialle”, pensò.

Le cercò nel ripiano sotto il telefono ma non le trovò. Gli venne da bestemmiare, ma lì per lì il nome del santo prediletto non gli saltò in mente.

“Amnesia”, pensò.

“Niente panico”, s’esortò, “sul cellulare ho i numeri d’emergenza”.

Buttò un’occhiata alla donna morta, come a scusarsi di darle le spalle, e si volse all’uomo morto su cui appendeva la giacca con gesto meccanico appena rientrava. Frugò le tasche ma non trovò il cellulare.

“L’avrò lasciato in macchina”.

Già che c’era s’esercitò a ricordare il suo numero di targa sperando che, come in un domino, lo aiutasse a ricordare quella di Paperino e finalmente il numero della polizia. Purtroppo invano.

“Amnesia”, borbottò sconsolato.

Sedò l’ansia, la macchina era parcheggiata lontano, faceva prima a chiedere al vicino del primo piano. Ma come accidenti si chiamava? Signor Carlo? O Vincenzo? O forse Pino?

Certo il cognome poteva leggerlo sulla porta, ma chiamarlo per cognome era maledettamente formale, quasi scortese, visto che quello lo chiamava per nome.

“Niente panico”, ribadì. C’era il verbale dell’ultima riunione condominiale, con nomi e cognomi di tutti.

Ripassò dal cadavere e sospirò invidiandone la definitiva pace interiore, mentre lui ancora si sentiva un criceto nella ruota.

Le toccò il viso. Non osava rivoltarla, guai a lasciare impronte sul corpo, tuttavia per come era smunta e livida era certo avesse perso sangue, magari le era appiccicato alla schiena.

Ma dico, a chi viene in mente di trasportare un cadavere a casa mia?”

Qualcuno che voleva incastrarlo, senz’altro.

Lasciò per un attimo la donna e fece mente locale al verbale dell’assemblea. Dove lo metteva di solito?

Scrivania? Dispensa? Credenza? Cassettiera?

Niente da fare, non lo trovò.

“Amnesia”, si angosciò.

Vabbè, in fondo non era tutta ‘sta grande idea andare dal vicino, non ci avrebbe fatto una bella figura a non ricordare il numero della polizia, e di certo non poteva chiedere quello della targa di Paperino.

Che poi, a ben pensarci, un dubbio più che atroce lo sfiorò: vuoi vedere che era la targa di Topolino?

Certo per fugarlo bastava trovare una copia del fumetto, ma vattelappesca dov’era.

 

La frustrazione superò il limite di guardia e divenne rabbia. Riprovò col solito sfiatatoio, il nome del santo da bestemmiare, ma niente. Non gli venne nemmeno un suo vice.

A quel punto si fermò.

Lasciò la salma per un attimo, andò in bagno e s’assise sulla tazza a ripensare a quello strano caso mentre ingaggiava un duello con la propria stitichezza.

Ivi gli sembrò d’avvertire rumori sordi dal soggiorno e un po’ la pelle delle braccia gli si accapponò. Vuoi vedere che è tornato il trafugatore di cadaveri? Magari s’è accorto dell’errore e si riprende la donna morta? O verrà mica a portarne un altro? Al solo pensiero l’indignazione superò la paura: niente niente avesse preso casa sua per una discarica di cadaveri?

Prestò ancora un po’ orecchio, ma non avvertì altri rumori.

Si levò allora con cautela, passò dal soggiorno e notò con sollievo l’assenza della salma. Dio sia lodato, pensò.

Controllò la porta e non vi trovò segni d’effrazione. “Avrà usato una chiave universale, debbo cambiare la serratura”.

Quando però fece per entrare in cucina, attratto da un insolito odore di caffè, s’arrestò sulla soglia paralizzato dalla scena che vide.

Nel biancore accecante della stanza s’aggirava il cadavere della donna, che non mostrava né di fronte né di schiena alcuna traccia di sangue, sorseggiando per di più un caffè da una tazza, scala 1:20 dell’altra appena abbandonata.

La donna lo osservò come solo i presunti cadaveri sanno fare.

“Ne vuoi anche tu?”, gli fece porgendogli la tazza. “Io ne ho proprio bisogno, m’ero appoggiata un po’ sul divano e sono sprofondata nel sonno…”

G. rimase a guardarla a bocca aperta.

“A…a…amnesia”, pensò.

“Che c’hai? Pare hai visto un’apparizione”, s’incuriosì quella.

“Hai fatto la spesa?”, lo incalzò.

“No…”

“E che aspetti? Mi servono pure gli assorbenti, non ti scordare”.

“Me lo scrivo”, fece G.

E mentre il pennino scorreva sul pezzo di carta si chiese se fosse mai possibile annotare i tratti somatici, per esempio di una moglie.

Solo in quel momento gli balzò in mente il nome del santo già cercato invano.

Non ne fece niente, lo serbò per una bestemmia di là da venire.