Ottone fu richiamato alla veglia, nel pieno della notte, da un rumore
ossessivo e remotamente minaccioso.
La bocca semiaperta e filante di saliva, la lingua limacciosa, gli occhi
bombati ed i capelli ammannellati sotto la berretta
da notte dalla nappina rossa rivelavano il recente oblìo della coscienza.
Il rumore era uno “zzzzzz” subdolo e pertinace.
“Zanzare!…”, scandì nella mente, “…Tzé!”
Quella chiosa stizzita, quello “tzé!” sibilato a
denti stretti, era ricorrente quando riconosceva il ronzìo di una zanzara, di una vespa, di un calabrone o di
una mosca. S’associava ad una smorfia di fastidio che la sua faccia esprimeva
aggrottando le sopracciglia, roteando l’occhio smarrito, increspando in un
risucchio gli angoli della bocca, e creando al contempo delle concavità nelle
guance.
Quell’epifonema era del resto ancora
più enfatico quando egli riconosceva una piàttola, una zanzara anofele, o una mosca tse tse.
In quest’ultimo caso l’esclamazione suonava così:
“Tse tse!…Tzé!”
E nondimeno la contiguità fonetica creava impaccio a lui e qualche crisi di identità alla mosca tse tse, che aveva l’impressione la si appellasse anche col
patronimico.
Ottone ristette ancora un po’ ad ascoltare immobile, come un capo indiano
intento a percepire lo sferragliare del treno in lande lontane.
Dopodiché sollevò le
sopracciglia, allungò una mano verso la sorgente del rumore e vi ammollò un
violento schiaffo.
L’apparecchio scacciazanzare, una scatoletta nera
ad ultrasuoni che posava sul comodino, andò in frantumi e si chetò.
Accortosi del grossolano abbaglio Ottone si scosse, tirò su il busto e
cercò nella penombra la sagoma dello scacciazanzare.
La lucetta rossa era ormai spenta, la scatola era
disfatta ed aveva cessato
per sempre d’insinuare sibili per la stanza.
L’uomo si grattò la testa, borbottò una malaparola
stigmatizzando l’inanità di quel congegno che, lungi
dallo sgomberare i ditteri, era sempre sembrato al contrario un irresistibile
richiamo per i loro convegni orgiastici e le libagioni al plasma.
Poi si rincantucciò sotto le coperte.
Dopo poco tempo, quando l’ordito dei sogni s’era ricomposto, e personaggi
più o meno noti avevano ripreso a sfilare davanti ai
guizzi roteabondi dei glauchi ellissoidi, un nuovo
rumore cominciò ad insinuarsi nello spettro sonoro accessibile alle sue
orecchie. Un ronzìo, dapprima sopito, poi più
evidente, infine decisamente assillante, aveva di
nuovo decomposto in amebe le silhouette compiute ed i vividi affreschi dell’incoscienza
mùtola.
Giacendo innocuo e silente lo scacciazanzare sul
pavimento, il rumore s’originava dal lato opposto, molto prossimo al suo
giaciglio.
“Zanzare!…”, compitò di nuovo corrucciato, “…Tzé!”
E senza curarsi d’aprire gli
occhi ammollò un altro gagliardo manrovescio in direzione del disturbo. Esso cessò
di colpo, ed in sua vece s’insinuò un sommesso singhiozzare.
Ottone si levò a mezzo busto, accese la lampada e notò che la donna al suo
fianco, sua legittima consorte, estraeva un paio
d’incisivi sanguinolenti e controllava la tenuta di un premolare.
“Era quello con l’intarsio in ceramica?”, le chiese.
“Fi”, confermò quella.
“E che cacchio c’avevi da russare come una
zanzara, eh?”, sbottò tirando le lenzuola per la stizza.
La donna abbassò lo sguardo. Egli levò per l’aere un
pugno, come a lamentarsi della malasorte, calcolò gli zeri di una nuova
parcella odontoiatrica, bofonchiò ancora qualcosa nell’esofago spegnendo la
lampada, e finalmente si girò sull’altro lato.
I sogni si tinsero di grigio e qua e là di spruzzi di sangue, inizialmente
del canonico colore rosso, ma poi via via di giallo,
verde, blu, e delle mille screziature dell’iride, finché le particelle si composero
in figure e paesaggi inediti, alla maniera pointillista.
Si materializzò così uno scenario bucolico, un campo di grano, delle spighe
piegate dal vento, un mulino bianco, una spigolatrice, un aratro, un trattore,
una ruspa, un caterpillar. In questo campo Ottone era immerso nelle spighe fino
al busto, e si muoveva con quella leggerezza già vista in molte sequenze del
cinema e della pubblicità, ovvero ruzzando e danzando giulivo, scacciando qua e
là con una paglietta un nugolo di locuste fameliche, e sparendo lento
all’orizzonte sotto un tramonto infuocato, mentre cominciavano a scorrere i
titoli di coda. Tutto questo appena prima di saltare in aria
con disinvoltura su una mina antiuomo, perenne minaccia dei campi di grano.
Quest’ultimo particolare è in genere
sottaciuto dalle pubblicità agresti, ma il dovere di cronaca, seppur onirica, ci impone di parlarne. O al più di traslare quella scena in
un’aura notturna, quando all’entusiasta idolatra di Pan
fa da sfondo un cielo disseminato di stelle, al limite del quale a perdita
d’occhio si scorgono il Piccolo ed il Gran Carro (appressandosi l’ignaro a
saltare su delle mine anticarro).
Il respiro dunque, accompagnandosi all’idillio onirico, tornò regolare e profondo, e ancora per un po’ il silenzio calò nella stanza.
La bocca si reimpastò ed il volto si
imbolsì di nuovo, straniandosi di quel tanto da assomigliare ad uno dei muppett. Il nostro uomo, con le movenze d’un cinghiale che
si rivolta sul terreno afflitto da un prurito alla
schiena, ed emettendo analogo grugnito, si girò più volte sul fianco
discoprendo la gemebonda consorte.
S’era ai principi dell’inverno e di notte faceva abbastanza freddo, seppure
ancora s’imboscavano per la casa zanzare di fine
stagione, mutanti refrattari alle escursioni climatiche. Costoro erano il
cruccio di Ottone, individuo dal sangue dolce, come
dice il nome 1, e dunque concupita libagione
dei sordidi ditteri.
Per questo motivo ogni ronzìo, remoto o contiguo
che fosse, era una messa in guardia per il subconscio, un’interferenza nella
dialettica sistole-diastole, un accesso d’inopinata distonia, un allarme rosso
per gli altri ottoni, quelli d’Eustachio.
Passò del tempo. Anche i singhiozzi in sordina
della donna si diradarono, e con quelli il gocciolìo
del suo sangue sullo scendiletto.
Ma un nuovo ronzìo, ahimé, di lì a poco cominciò
a distinguersi per la stanza, stavolta remoto alle orecchie di
Ottone. E tanto più ristagnava il vuoto d’altri
rumori, fossero essi endogeni (borbogli dal colon), esogeno-finitimi
(bombi di zanze, cricchi di tarli), o esogeno-remoti (ruggiti di motori, alterchi d’ubriachi,
richiami di puttane), tanto più si stagliava quell’unico,
insistito, ipnotico sibilo.
Ancora una volta, raggiunto il parossismo nella landa ormai sparuta di
sogni, il disturbo lo riscosse dalla labile
incoscienza.
Schioccò la lingua dell’uomo. Come un automa egli si levò a mezzobusto, e
con un moto di stanchezza, quasi di rassegnazione, roteò gli occhi dattorno,
non avendo però la forza di sollevare le palpebre. Ristette per un po’
aguzzando l’orecchio come il dottor Spok di Guerre
Stellari, immoto come un radar, per tracciare le coordinate polari della
sorgente del disturbo.
Si fece poi forza e riuscì finalmente a discoprire le pupille, non senza
avvertire un subitaneo rimpianto per l’abbandono delle scie luminescenti, delle
stelline, dei filamenti di tungsteno infuocati che s’erano fino ad allora affastellati sul vibratile telone ordito dai coni
e dai bastoncelli.
Vagolò impotente nell’impari sfida al buio stagno della stanza.
Di malavoglia accese la
luce centrale, un cerchio al neon che ricordava l’illuminazione delle trattorie
campestri dai tavoli di marmo, dei circoli sociali colle briscole e gli
scoponi, degli obitori dalle mummie d’avorio.
Sotto quella luce cerulea individuò la causa prima dell’angustia. S’era
attivato il timer del videoregistratore, e la cassetta s’avvolgeva ronzando per
registrare Dio sa che cosa.
Ottone deliberò che, qualsiasi fosse il programma, quella registrazione non
valeva la pace d’un sonno interrotto. Né tampoco, per dirla tutta, avrebbe mai abdicato al tepore
delle coltri per recarsi da presso a spegnerlo. Si limitò allora stiracchiarsi
verso il pavimento per acciuffare uno scarpone di ordinanza.
Ottone era agente di pubblica sicurezza, e quel mestiere l’aveva forgiato
nell’indole pratica e nei modi sbrigativi.
Soppesò dunque lo scarpone, calibrò la forza e lo lanciò mirando al tasto
STOP.
Tuttavia le esercitazioni di tiro, che con scarsa disciplina faceva al
poligono della polizia, non gli valsero la riuscita del lancio. Colpì infatti il tasto REW, ma più in generale il baricentro del
videoregistratore, nonché il sovrastante televisore. Sia l’uno che l’altro crollarono sul pavimento, in un’esplosione di catodi e
anodi, schede video, prese scart, memorie volatili,
cristalli liquidi, testine, elettrodi e capstan.
Pochi secondi di trambusto, con qualche scintilla e
un po’ di fumo.
Poi, dopo che l’ultima rondella smise d’orbitare, arrestandosi ai piedi d’una ciabatta, Ottone drizzò ancora l’orecchio e stimò
cessato l’odioso ronzìo.
Dedicò alcuni epiteti non elogiativi al suo personale olimpo agiografico, e
nel mentre sedò la montante rabbia con uno snobismo
d’occasione, riflettendo sulla pochezza dell’entertainment televisivo, che lo
lasciava spesso inappagato.
“Poco male, era tutta monnezza”, sospirò profondo; ma non poté non avvertire un
principio di orfanezza al
pensiero che l’indomani non avrebbe rivisto le procaci vallette ancheggiare
recando i quiz vespertini.
Finalmente spense l’interruttore centrale, tirò a sé con un gesto di rabbia
anche il residuo lembo di piumino che copriva la moglie, ed emise un suono a
metà strada tra il borborigmo e il ringhio, a suo modo un’invocazione di sollecito
e definitivo sopore.
Ma questo ahimé non venne,
dacché un nuovo bombito, più fastidioso perché su una
frequenza più alta, s’era diffuso per la stanza.
Stavolta veniva dall’alto, dal centro del soffitto, fisso il punto, fissa l’intensità.
L’uomo non impiegò molto a rintracciarne la causa nel gas al neon che, per
qualche oscura legge termodinamica, pure ad interruttore spento continuava a
sfrigolare e scoppiettare, come di spiedo carducciano,
sebbene noi per omogeneità semantica ancora una volta diremo
che esso nel tubolare semplicemente ronzava.
Senza indugio Ottone scandagliò il circostante, cercando al tatto un altro
corpo contundente. Alla sua destra sul comodino aveva l’abat-jour liberty in
porcellana con lampadina affusolata guarnita di cacazzelle
di mosca. Alla sua sinistra l’unico oggetto raggiungibile, con un certo
slancio, era la flebo che stillava da ore prezioso
alimento nel vizzo avambraccio della canuta e gemebonda lungodegente che in
tempi remoti e temerari aveva scelto per compagna.
Per comodità Ottone scelse la lampada. La sradicò con impeto dalla presa e
la scagliò verso il rumoroso neon, mandandolo in frantumi.
Pezzi di vetro incandescente ricaddero sul letto ed appiccarono un
principio d’incendio, localizzato in prossimità dei piedi della donna, i
quali in men che non si dica cangiarono dal giallo
livido dell’assideramento al rosso brunito dell’arroventamento.
La donna gemette ancora, stavolta per il fuoco che risalì veloce dai piedi
alle gambe, depilandole integralmente come si fa col
pollame per renderlo implume prima della farcitura, e conferendo loro una
coloritura sulle prime rosata e bronzea, invidiabile per i forzati degli U.V.A., e poi via via più bruna,
culminando nello stadio del flambé carbonizzante.
Per quieto vivere e per amore coniugale ella evitò
di frignare oltremodo. Ottone lo apprezzò, ricordando un vecchio slogan pubblicitario
che recitava “chi ama brucia”.
Cionondimeno prima
dell’irreparabile egli tamponò le fiamme con la coperta, e ne
estinse con cura gli ultimi focolai. La moglie cessò d’ardere e di
lamentarsi.
“Che nottata infame!”, rugliò l’uomo a denti
stretti scrollando dei frammenti di vetro dalla testa.
“Tutt’a posto?”, chiese poi solidale alla moglie.
Lei annuì con difficoltà per via del molare, soffocò
le fitte di dolore prodotte dalle scaglie di vetro nelle carni a mezza cottura,
e riprese a respirare debolmente, ponendo attenzione nell’evitare il minimo
sibilo.
L’uomo placò a fatica l’ultima concitazione, di nuovo s’abbandonò
distendendo le palme delle mani, e di nuovo cercò di guadagnare l’assetto
stabile del respiro e la tabula rasa dei pensieri. Come un bimbo cresciutello, seppure dalla faccia di muppett
irsuto, ci provò poi disponendosi in posizione fetale sul fianco, con le mani
giunte sotto le guance. E proprio come un bimbo, colla coscienza leggera per il
salvamento effettuato, si dispose fiducioso all’attesa di un sonno profondo,
degna ricompensa per quella buona azione.
Prima d’addormentarsi pensò di spegnere la stufa a gas che di solito
riscaldava la stanza di notte, visto che nel talamo adesso disponeva
di due gambe tizzone e delle relative correnti convettive. Tuttavia
ancora una volta ritenne sforzo sovrumano l’alzarsi per chiudere la valvola
della bombola, e rinunciò senza fallo a quella esigua
economia domestica.
Ma si!, convenne, quelle ondate di calore in
sovrappiù avrebbero tanto meglio incoraggiato il sonno!
E finalmente, scevri i suoi
timpani di vibrazione alcuna, s’assopì di nuovo e varcò la soglia
dell’incoscienza.
Buio, notte, silenzio, sogni,
nuovi filamenti di tungsteno. O di uranio. O frammenti
di iperuranio.
Quanto durò tutto questo? S’addivenne all’imo del
REM, all’impercezione totale?
A queste e ad altre domande, tipo quanti soldi aveva
nel portafogli, quando gli scadeva la patente, lo stato di salute dei suoi
agenti cariogeni, la molteplicità dei suoi enzimi,
non sapremmo dare una risposta certa.
Nonpertanto ci piacerebbe sapere se quello era un
sogno vero.
O forse si trattava di una nuova
beffarda illusione?
Magari era stato un desiderio di sonno che sfociava nel sogno ad occhi
aperti, pur con le palpebre calate, e questo sogno di sonno che s’aspettava
mutarsi nel sonno vero, e quindi nel sogno consequente, s’era invece impastoiato nel limbo del grado
zero dell’autocoscienza, equidistante dal reale e dall’onirico.
Ma alfine quel diaframma così
sottile, quella cortina diafana, così fragile, era almeno impermeabile al ronzìo?
Per rispondere non ci resta che prestare orecchio, prego, e stornare
diversioni e speranze vane, rammemorando d’essere
uomini e non struzzi.
Ordunque si riattivi il fine
radar auricolare e lo si rotei a tutto tondo,
alternando senso orario e antiorario.
E allora ecco di nuovo quell’inconfondibile
“zzzzzzzzzz” stagliarsi sull’ottuso silenzio della
camera, insinuarsi dapprima in surplace, e poi
echeggiare via via più pervasivo,
permeando fino al midollo le quattro mura.
Ed eccolo lì Ottone, riscosso e
stranito, costretto ancora a varcare al contrario la soglia dell’incoscienza
(che tante volte l’avea fatto d’aver ormai consunto
lo zerbino dell’incoscienza). Il rumore veniva ancora da lungi, da un angolo
della stanza: sembrava davvero una zanzara stavolta, ma non aveva di quella la
variabile intensità del suono frutto del suo incessante peregrinare.
L’uomo s’applicò all’ascolto ed alla decodifica. Più che
un ronzìo sembrava un soffio insistito, che a ben
pensarci diventava un sibilo perfido, come fosse una perdita di qualcosa, forse
di pressione, espressa tra l’altro in una frequenza vicino al falsetto.
Non potendo più accendere la luce e guardare, s’applicò a quell’esercizio
d’investigazione acustica, e s’incupì a quel nuovo rovello.
“Cristo santo! Ma che ho fatto di male?!”, eruttò
con tono sgraziato direttamente dall’esofago.
L’accesso di collera montante faceva ormai si da
accorciare i tempi di decisione sul da farsi. Scovato il nuovo tarlo Ottone
subito s’adoprava a finirlo, senza ulteriori congetture,
ché la notte era ormai fonda.
E allora contro quel sibilo non
stette molto a ponderare. Aprì il cassetto del comodino, impugnò la pistola
d’ordinanza, aguzzò l’orecchio radar per individuare con precisione le
coordinate da un invisibile mirino, e finalmente sparò in quella direzione.
L’esplosione che ne seguì devastò la casa, scoperchiandola per buona parte.
Ottone aveva colpito la bombola di gas della stufa, dalla cui valvola
proveniva il sibilo.
Dopo il fragore, i crolli, le macerie, e il lento dipanarsi del polverone,
un nuovo silenzio, stavolta assoluto, e in verità glaciale, per il freddo
giunto dallo scoperchiamento, nonché
siderale, ad immagine delle stelle che da lassù guardavano, piombò nella
stanza, o in quello che ne rimaneva.
L’uomo, ormai invasato dalla ricerca del vuoto stagno e del sonno,
s’infagottò per bene nelle coperte, essendo la moglie ancora in abbondante
credito termico col sistema di riferimento circostante (il cui asse delle
ascisse, per inciso, incrociava le doghe dissestate del letto, rimanendovi
incastrato).
E se grande fu lo strepito di
quello scoppio, di pari intensità e di segno opposto era la natura del silenzio
generatosi: qualcosa di definitivo, irrevocabile, totale.
S’addormentò di nuovo.
Stavolta, per scaramanzia, preferì non varcare la soglia dell’incoscienza,
bensì entrare da una finestra laterale.
Vi trovò, come s’usa nei sogni, inediti buffi di
colore, e forme allungate o compresse oltremisura, e gente che s’industriava in
faccende usate eppur novissime, e parlava senza cacciar voce di argomenti
perspicui all’intendimento, eppure arcani. E lui si
moveva consapevole, lucido, irreprensibile, scivolando leggero sul parquet
lustro di quel concilio, lieto della vaghezza e dell’essere sconosciuto.
S’assise persino su una poltrona libera, e bevve da un calice trovato su un
tavolino.
Sul tavolino s’era materializzato anche un mucchio di riviste, di quelle
che trovi sempre uguali dai dentisti, dagli oculisti, dai veterinari, dai
barbieri e dagli sciamani (qualcosa tipo ‘Ermeneutica e motonautica”,
“Dentizione, dentismo e decadentismo”).
Ottone si sorprese di quella univocità di scelta,
e sulle prime pensò trattarsi di uno studio associato.
Ma mentre contemplava un’arcata dentaria patinata e cercava di ricordare se gli avessero dato il numero all’ingresso, lo
sfiorò un’altra impressione: vuoi vedere che queste riviste sempre identiche al
cangiar degli studi sono il riflesso della coazione a ripetere e delle teorie
infinite?
E non sono queste ultime frutti tipici dei sogni?
Era già sul punto di recedere suo malgrado dalla
professione di agnosticismo dell’onironauta, quando
qualcuno lo avvicinò ed attaccò bottone. Aveva anch’egli un calice e, nel
sedersi, gli chiese se aspettava da molto.
“No. Sono appena arrivato.”
“Spero non ci sia molto d’attendere. Lei dove va?”
“Eh? Vado dal… dal barbiere!”
“Ah, guardi che è chiuso. Oggi è lunedì.”
“Ah, già! Allora dallo sciamano…”
“Non esercita più. L’hanno denunciato per circoncisione d’incapace.”
“Circoncisione?”
“Si. Era uno sciamano ebreo.”
“Beh, io per la verità… andrei dal dentista.”
“Per carità! Un cane! Non distingue una protesi ortodontica
da una ortopedica, e più in generale un ortodosso da
un ortolano.”
“Ah…ma… scusi, lei dove va?”
“Dall’otorinolaringoiatra. Ho un disturbo all’orecchio.”
“Di che si tratta?”
“Un sibilo.”
“Di che tipo?”
Ottone avvertì un sinistro presentimento nel momento stesso in cui poneva
la domanda.
“Un ronzìo. Una specie di…”
“No! No! La prego!”
“Come se fosse…”
“No! Pietà!”
“Zzzzzzzzzz…”
Ottone nel sogno si turò le orecchie con delle conchiglie marine, ed alzò
al massimo il volume della risacca da un potenziometro che pendeva da quelle.
Ma non servì a nulla.
La frittata ormai era fatta, e lui fu risucchiato da un vento vorticoso,
che potremmo chiamare tornado, che gli fece varcare
all’indietro la finestra dell’incoscienza.
Si ripresentò così a sé stesso col cuore in ambasce e un cerchio alla testa
immersa nel cuscino impolverato da scaglie di muro e lastre d’intonaco. I
padiglioni e i lobi auricolari s’irrigidirono alla percezione del nuovo ronzìo.
“Quando una nottata nasce storta!…”, chioserebbe
una voce narrante fuori campo.
L’uomo diede un’occhiata alle lancette
fosforescenti dell’orologio.
“Cristo! Vedi un po’ se è cosa! Domani c’ho pure
una scorta armata”, mugugnò ormai provato.
Si levò ancora fino al busto. Nel muovere le gambe sotto le coltri mattoni
e detriti vari ruzzolarono a terra levando una nuvoletta di polvere.
Il ronzìo stavolta veniva da sinistra, ed era
molto prossimo.
Ottone lo individuò nella valvola della flebo.
Al buio, muovendosi a tentoni, si sporse oltre il corpo
della moglie e ne scandagliò l’avambraccio fino a trovare il tubicino di
plastica. Lo risalì piano piano, come fosse l’albero
della cuccagna, e raggiunse alfine la cuspide che regolava lo stillicidio. Con
un grugnito bilioso strinse tra pollice e indice la
valvola e la rotò di un tanto.
Il ronzìo cessò.
L’uomo tirò un sospiro, riassunse la posa fetale tirando a sé l’intero
viluppo di coperte, e grugnì: “Che nottata! Che
nottata!”
Non ci credereste, ma questa volta il peggio era
davvero passato!
Le promesse di quiete, di ristoro, di conciliazione, più volte rimandate,
furono finalmente mantenute. Ottone s’immerse in un sonno profondo, i suoi
occhi cominciarono a guizzare inconsapevoli sotto le palpebre e campirono le
sagome di nuovi personaggi e dei loro più svariati concili, che non fossero però sale d’attesa di studi associati.
Dormì placido, e russò financo. Quel che restava
della notte lenì in parte i suoi affanni, e in parte
lo ritemprò dalle fatiche.
Quando la sveglia trillò di mattina il sole aveva
già inondato la casa diroccata.
Ottone s’alzò, infilò le ciabatte e circumnavigò il letto, scartando lo scacciazanzare, le variegate interiora di tv e
videoregistratore, la bombola di gas squassata come un fiore sbocciato, le
scaglie di vetro del lampadario e dell’abat jour, i calcinacci e i relitti di mobili.
All’altro lato del letto osservò la moglie, spirata da qualche ora al
cessare dello stillicidio della fleboclisi, rigida ed algida come uno
stoccafisso.
L’uomo ristette pensoso. “Non capisco se era il condotto o la valvola a
fare tutto quel casino…”
In bagno scavalcò la porta divelta che stava di traverso sulla soglia, e si
diresse verso il water per la pisciatina. Dopodiché posò lo sguardo sullo specchio della toletta,
incupito da un prurito che aveva avvertito al risveglio in più parti del volto.
Allora una smorfia di delusione si dipinse sul suo volto, una
trasfigurazione che era la summa della frustrazione e dell’impotenza umana, e,
perché no?, anche della sua caducità.
Rimase per un po’ a contemplarsi il viso rigonfio e arrossato in più punti,
resistendo tetragono all’impulso di grattarsi.
Gli occhi a mezz’asta ed un’aria di rassegnazione, nonché
la berretta ed il pigiama rossi, avrebbero rammemorato
ad un osservatore posto sulla soglia il profilo di Federico da Montefeltro in un quadro di Piero della Francesca.
“C’è poco da fare”, rifletté a quel punto Ottone, “devo assolutamente
mettere la zanzariera.”
1 Una dubbia
etimologia farebbe risalire Ottone al sanscrito Othonai,
che significherebbe letteralmente “Sangue dolce, buono per zanzare e piattole.
Si rilevano tracce di trigliceridi.”
© Gero Mannella
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