Il letto di Ottone

 

 

 

 

Ottone fu richiamato alla veglia, nel pieno della notte, da un rumore ossessivo e remotamente minaccioso.

La bocca semiaperta e filante di saliva, la lingua limacciosa, gli occhi bombati ed i capelli ammannellati sotto la berretta da notte dalla nappina rossa rivelavano il recente oblìo della coscienza.

Il rumore era uno “zzzzzz” subdolo e pertinace.

“Zanzare!…”, scandì nella mente, “…Tzé!”

Quella chiosa stizzita, quello “tzé!” sibilato a denti stretti, era ricorrente quando riconosceva il ronzìo di una zanzara, di una vespa, di un calabrone o di una mosca. S’associava ad una smorfia di fastidio che la sua faccia esprimeva aggrottando le sopracciglia, roteando l’occhio smarrito, increspando in un risucchio gli angoli della bocca, e creando al contempo delle concavità nelle guance.

Quell’epifonema era del resto ancora più enfatico quando egli riconosceva una piàttola, una zanzara anofele, o una mosca tse tse.

In quest’ultimo caso l’esclamazione suonava così: “Tse tse!…Tzé!”

E nondimeno la contiguità fonetica creava impaccio a lui e qualche crisi di identità alla mosca tse tse, che aveva l’impressione la si appellasse anche col patronimico.

Ottone ristette ancora un po’ ad ascoltare immobile, come un capo indiano intento a percepire lo sferragliare del treno in lande lontane.

Dopodiché sollevò le sopracciglia, allungò una mano verso la sorgente del rumore e vi ammollò un violento schiaffo.

L’apparecchio scacciazanzare, una scatoletta nera ad ultrasuoni che posava sul comodino, andò in frantumi e si chetò.

Accortosi del grossolano abbaglio Ottone si scosse, tirò su il busto e cercò nella penombra la sagoma dello scacciazanzare. La lucetta rossa era ormai spenta, la scatola era disfatta ed aveva  cessato per sempre d’insinuare sibili per la stanza.

L’uomo si grattò la testa, borbottò una malaparola stigmatizzando l’inanità di quel congegno che, lungi dallo sgomberare i ditteri, era sempre sembrato al contrario un irresistibile richiamo per i loro convegni orgiastici e le libagioni al plasma.

Poi si rincantucciò sotto le coperte.

Dopo poco tempo, quando l’ordito dei sogni s’era ricomposto, e personaggi più o meno noti avevano ripreso a sfilare davanti ai guizzi roteabondi dei glauchi ellissoidi, un nuovo rumore cominciò ad insinuarsi nello spettro sonoro accessibile alle sue orecchie. Un ronzìo, dapprima sopito, poi più evidente, infine decisamente assillante, aveva di nuovo decomposto in amebe le silhouette compiute ed i vividi affreschi dell’incoscienza mùtola.

Giacendo innocuo e silente lo scacciazanzare sul pavimento, il rumore s’originava dal lato opposto, molto prossimo al suo giaciglio.

“Zanzare!…”, compitò di nuovo corrucciato, “…Tzé!”

E senza curarsi d’aprire gli occhi ammollò un altro gagliardo manrovescio in direzione del disturbo. Esso cessò di colpo, ed in sua vece s’insinuò un sommesso singhiozzare.

Ottone si levò a mezzo busto, accese la lampada e notò che la donna al suo fianco, sua legittima consorte, estraeva un paio d’incisivi sanguinolenti e controllava la tenuta di un premolare.

“Era quello con l’intarsio in ceramica?”, le chiese.

Fi”, confermò quella.

“E che cacchio c’avevi da russare come una zanzara, eh?”, sbottò tirando le lenzuola per la stizza.

La donna abbassò lo sguardo. Egli levò per l’aere un pugno, come a lamentarsi della malasorte, calcolò gli zeri di una nuova parcella odontoiatrica, bofonchiò ancora qualcosa nell’esofago spegnendo la lampada, e finalmente si girò sull’altro lato.

I sogni si tinsero di grigio e qua e là di spruzzi di sangue, inizialmente del canonico colore rosso, ma poi via via di giallo, verde, blu, e delle mille screziature dell’iride, finché le particelle si composero in figure e paesaggi inediti, alla maniera pointillista.

Si materializzò così uno scenario bucolico, un campo di grano, delle spighe piegate dal vento, un mulino bianco, una spigolatrice, un aratro, un trattore, una ruspa, un caterpillar. In questo campo Ottone era immerso nelle spighe fino al busto, e si muoveva con quella leggerezza già vista in molte sequenze del cinema e della pubblicità, ovvero ruzzando e danzando giulivo, scacciando qua e là con una paglietta un nugolo di locuste fameliche, e sparendo lento all’orizzonte sotto un tramonto infuocato, mentre cominciavano a scorrere i titoli di coda. Tutto questo appena prima di saltare in aria con disinvoltura su una mina antiuomo, perenne minaccia dei campi di grano.

Quest’ultimo particolare è in genere sottaciuto dalle pubblicità agresti, ma il dovere di cronaca, seppur onirica, ci impone di parlarne. O al più di traslare quella scena in un’aura notturna, quando all’entusiasta idolatra di Pan fa da sfondo un cielo disseminato di stelle, al limite del quale a perdita d’occhio si scorgono il Piccolo ed il Gran Carro (appressandosi l’ignaro a saltare su delle mine anticarro).

Il respiro dunque, accompagnandosi all’idillio onirico, tornò regolare e profondo, e ancora per un po’ il silenzio calò nella stanza. La bocca si reimpastò ed il volto si imbolsì di nuovo, straniandosi di quel tanto da assomigliare ad uno dei muppett. Il nostro uomo, con le movenze d’un cinghiale che si rivolta sul terreno afflitto da un prurito alla schiena, ed emettendo analogo grugnito, si girò più volte sul fianco discoprendo la gemebonda consorte.

S’era ai principi dell’inverno e di notte faceva abbastanza freddo, seppure ancora s’imboscavano per la casa zanzare di fine stagione, mutanti refrattari alle escursioni climatiche. Costoro erano il cruccio di Ottone, individuo dal sangue dolce, come dice il nome 1, e dunque concupita libagione dei sordidi ditteri.

Per questo motivo ogni ronzìo, remoto o contiguo che fosse, era una messa in guardia per il subconscio, un’interferenza nella dialettica sistole-diastole, un accesso d’inopinata distonia, un allarme rosso per gli altri ottoni, quelli d’Eustachio.

 

Passò del tempo. Anche i singhiozzi in sordina della donna si diradarono, e con quelli il gocciolìo del suo sangue sullo scendiletto.

Ma un nuovo ronzìo, ahimé, di lì a poco cominciò a distinguersi per la stanza, stavolta remoto alle orecchie di Ottone. E tanto più ristagnava il vuoto d’altri rumori, fossero essi endogeni (borbogli dal colon), esogeno-finitimi (bombi di zanze, cricchi di tarli), o esogeno-remoti (ruggiti di motori, alterchi d’ubriachi, richiami di puttane), tanto più si stagliava quell’unico, insistito, ipnotico sibilo.

Ancora una volta, raggiunto il parossismo nella landa ormai sparuta di sogni, il disturbo lo riscosse dalla labile incoscienza.

Schioccò la lingua dell’uomo. Come un automa egli si levò a mezzobusto, e con un moto di stanchezza, quasi di rassegnazione, roteò gli occhi dattorno, non avendo però la forza di sollevare le palpebre. Ristette per un po’ aguzzando l’orecchio come il dottor Spok di Guerre Stellari, immoto come un radar, per tracciare le coordinate polari della sorgente del disturbo.

Si fece poi forza e riuscì finalmente a discoprire le pupille, non senza avvertire un subitaneo rimpianto per l’abbandono delle scie luminescenti, delle stelline, dei filamenti di tungsteno infuocati che s’erano fino ad allora affastellati sul vibratile telone ordito dai coni e dai bastoncelli.

Vagolò impotente nell’impari sfida al buio stagno della stanza.

Di malavoglia accese la luce centrale, un cerchio al neon che ricordava l’illuminazione delle trattorie campestri dai tavoli di marmo, dei circoli sociali colle briscole e gli scoponi, degli obitori dalle mummie d’avorio.

Sotto quella luce cerulea individuò la causa prima dell’angustia. S’era attivato il timer del videoregistratore, e la cassetta s’avvolgeva ronzando per registrare Dio sa che cosa.

Ottone deliberò che, qualsiasi fosse il programma, quella registrazione non valeva la pace d’un sonno interrotto. tampoco, per dirla tutta, avrebbe mai abdicato al tepore delle coltri per recarsi da presso a spegnerlo. Si limitò allora stiracchiarsi verso il pavimento per acciuffare uno scarpone di ordinanza. Ottone era agente di pubblica sicurezza, e quel mestiere l’aveva forgiato nell’indole pratica e nei modi sbrigativi.

Soppesò dunque lo scarpone, calibrò la forza e lo lanciò mirando al tasto STOP.

Tuttavia le esercitazioni di tiro, che con scarsa disciplina faceva al poligono della polizia, non gli valsero la riuscita del lancio. Colpì infatti il tasto REW, ma più in generale il baricentro del videoregistratore, nonché il sovrastante televisore. Sia l’uno che l’altro crollarono sul pavimento, in un’esplosione di catodi e anodi, schede video, prese scart, memorie volatili, cristalli liquidi, testine, elettrodi e capstan.

Pochi secondi di trambusto, con qualche scintilla e un po’ di fumo.

Poi, dopo che l’ultima rondella smise d’orbitare, arrestandosi ai piedi d’una ciabatta, Ottone drizzò ancora l’orecchio e stimò cessato l’odioso ronzìo.

Dedicò alcuni epiteti non elogiativi al suo personale olimpo agiografico, e nel mentre sedò la montante rabbia con uno snobismo d’occasione, riflettendo sulla pochezza dell’entertainment televisivo, che lo lasciava spesso inappagato.

 “Poco male, era tutta monnezza”, sospirò profondo; ma non poté non avvertire un principio di orfanezza al pensiero che l’indomani non avrebbe rivisto le procaci vallette ancheggiare recando i quiz vespertini.

Finalmente spense l’interruttore centrale, tirò a sé con un gesto di rabbia anche il residuo lembo di piumino che copriva la moglie, ed emise un suono a metà strada tra il borborigmo e il ringhio, a suo modo un’invocazione di sollecito e definitivo sopore.

Ma questo ahimé non venne, dacché un nuovo bombito, più fastidioso perché su una frequenza più alta, s’era diffuso per la stanza.

Stavolta veniva dall’alto, dal centro del soffitto, fisso il punto, fissa l’intensità.

L’uomo non impiegò molto a rintracciarne la causa nel gas al neon che, per qualche oscura legge termodinamica, pure ad interruttore spento continuava a sfrigolare e scoppiettare, come di spiedo carducciano, sebbene noi per omogeneità semantica ancora una volta diremo che esso nel tubolare semplicemente ronzava.

Senza indugio Ottone scandagliò il circostante, cercando al tatto un altro corpo contundente. Alla sua destra sul comodino aveva l’abat-jour liberty in porcellana con lampadina affusolata guarnita di cacazzelle di mosca. Alla sua sinistra l’unico oggetto raggiungibile, con un certo slancio, era la flebo che stillava da ore prezioso alimento nel vizzo avambraccio della canuta e gemebonda lungodegente che in tempi remoti e temerari aveva scelto per compagna.

Per comodità Ottone scelse la lampada. La sradicò con impeto dalla presa e la scagliò verso il rumoroso neon, mandandolo in frantumi.

Pezzi di vetro incandescente ricaddero sul letto ed appiccarono un principio d’incendio, localizzato  in prossimità dei piedi della donna, i quali in men che non si dica cangiarono dal giallo livido dell’assideramento al rosso brunito dell’arroventamento.

La donna gemette ancora, stavolta per il fuoco che risalì veloce dai piedi alle gambe, depilandole integralmente come si fa col pollame per renderlo implume prima della farcitura, e conferendo loro una coloritura sulle prime rosata e bronzea, invidiabile per i forzati degli U.V.A., e poi via via più bruna, culminando nello stadio del flambé carbonizzante.

Per quieto vivere e per amore coniugale ella evitò di frignare oltremodo. Ottone lo apprezzò, ricordando un vecchio slogan pubblicitario che recitava “chi ama brucia”.

Cionondimeno prima dell’irreparabile egli tamponò le fiamme con la coperta, e ne estinse con cura gli ultimi focolai. La moglie cessò d’ardere e di lamentarsi.

Che nottata infame!”, rugliò l’uomo a denti stretti scrollando dei frammenti di vetro dalla testa.

Tutt’a posto?”, chiese poi solidale alla moglie.

Lei annuì con difficoltà per via del molare, soffocò le fitte di dolore prodotte dalle scaglie di vetro nelle carni a mezza cottura, e riprese a respirare debolmente, ponendo attenzione nell’evitare il minimo sibilo.

L’uomo placò a fatica l’ultima concitazione, di nuovo s’abbandonò distendendo le palme delle mani, e di nuovo cercò di guadagnare l’assetto stabile del respiro e la tabula rasa dei pensieri. Come un bimbo cresciutello, seppure dalla faccia di muppett irsuto, ci provò poi disponendosi in posizione fetale sul fianco, con le mani giunte sotto le guance. E proprio come un bimbo, colla coscienza leggera per il salvamento effettuato, si dispose fiducioso all’attesa di un sonno profondo, degna ricompensa per quella buona azione.

Prima d’addormentarsi pensò di spegnere la stufa a gas che di solito riscaldava la stanza di notte, visto che nel talamo adesso disponeva di due gambe tizzone e delle relative correnti convettive. Tuttavia ancora una volta ritenne sforzo sovrumano l’alzarsi per chiudere la valvola della bombola, e rinunciò senza fallo a quella esigua economia domestica.

Ma si!, convenne, quelle ondate di calore in sovrappiù avrebbero tanto meglio incoraggiato il sonno!

E finalmente, scevri i suoi timpani di vibrazione alcuna, s’assopì di nuovo e varcò la soglia dell’incoscienza.

 

Buio, notte, silenzio, sogni, nuovi filamenti di tungsteno. O di uranio. O frammenti di iperuranio.

Quanto durò tutto questo? S’addivenne all’imo del REM, all’impercezione totale?

A queste e ad altre domande, tipo quanti soldi aveva nel portafogli, quando gli scadeva la patente, lo stato di salute dei suoi agenti cariogeni, la molteplicità dei suoi enzimi, non sapremmo dare una risposta certa.

Nonpertanto ci piacerebbe sapere se quello era un sogno vero.

O forse si trattava di una nuova beffarda illusione?

Magari era stato un desiderio di sonno che sfociava nel sogno ad occhi aperti, pur con le palpebre calate, e questo sogno di sonno che s’aspettava mutarsi nel sonno vero, e quindi nel sogno consequente, s’era invece impastoiato nel limbo del grado zero dell’autocoscienza, equidistante dal reale e dall’onirico.

Ma alfine quel diaframma così sottile, quella cortina diafana, così fragile, era almeno impermeabile al ronzìo?

Per rispondere non ci resta che prestare orecchio, prego, e stornare diversioni e speranze vane, rammemorando d’essere uomini e non struzzi.

Ordunque si riattivi il fine radar auricolare e lo si rotei a tutto tondo, alternando senso orario e antiorario.

E allora ecco di nuovo quell’inconfondibile “zzzzzzzzzz” stagliarsi sull’ottuso silenzio della camera, insinuarsi dapprima in surplace, e poi echeggiare via via più pervasivo, permeando fino al midollo le quattro mura.

Ed eccolo lì Ottone, riscosso e stranito, costretto ancora a varcare al contrario la soglia dell’incoscienza (che tante volte l’avea fatto d’aver ormai consunto lo zerbino dell’incoscienza). Il rumore veniva ancora da lungi, da un angolo della stanza: sembrava davvero una zanzara stavolta, ma non aveva di quella la variabile intensità del suono frutto del suo incessante peregrinare.

L’uomo s’applicò all’ascolto ed alla decodifica. Più che un ronzìo sembrava un soffio insistito, che a ben pensarci diventava un sibilo perfido, come fosse una perdita di qualcosa, forse di pressione, espressa tra l’altro in una frequenza vicino al falsetto. Non potendo più accendere la luce e guardare, s’applicò a quell’esercizio d’investigazione acustica, e s’incupì a quel nuovo rovello.

“Cristo santo! Ma che ho fatto di male?!”, eruttò con tono sgraziato direttamente dall’esofago.

L’accesso di collera montante faceva ormai si da accorciare i tempi di decisione sul da farsi. Scovato il nuovo tarlo Ottone subito s’adoprava a finirlo, senza ulteriori congetture, ché la notte era ormai fonda.

E allora contro quel sibilo non stette molto a ponderare. Aprì il cassetto del comodino, impugnò la pistola d’ordinanza, aguzzò l’orecchio radar per individuare con precisione le coordinate da un invisibile mirino, e finalmente sparò in quella direzione.

L’esplosione che ne seguì devastò la casa, scoperchiandola per buona parte.

Ottone aveva colpito la bombola di gas della stufa, dalla cui valvola proveniva il sibilo.

Dopo il fragore, i crolli, le macerie, e il lento dipanarsi del polverone, un nuovo silenzio, stavolta assoluto, e in verità glaciale, per il freddo giunto dallo scoperchiamento, nonché siderale, ad immagine delle stelle che da lassù guardavano, piombò nella stanza, o in quello che ne rimaneva.

L’uomo, ormai invasato dalla ricerca del vuoto stagno e del sonno, s’infagottò per bene nelle coperte, essendo la moglie ancora in abbondante credito termico col sistema di riferimento circostante (il cui asse delle ascisse, per inciso, incrociava le doghe dissestate del letto, rimanendovi incastrato).

E se grande fu lo strepito di quello scoppio, di pari intensità e di segno opposto era la natura del silenzio generatosi: qualcosa di definitivo, irrevocabile, totale.

S’addormentò di nuovo.

Stavolta, per scaramanzia, preferì non varcare la soglia dell’incoscienza, bensì entrare da una finestra laterale.

Vi trovò, come s’usa nei sogni, inediti buffi di colore, e forme allungate o compresse oltremisura, e gente che s’industriava in faccende usate eppur novissime, e parlava senza cacciar voce di argomenti perspicui all’intendimento, eppure arcani. E lui si moveva consapevole, lucido, irreprensibile, scivolando leggero sul parquet lustro di quel concilio, lieto della vaghezza e dell’essere sconosciuto.

S’assise persino su una poltrona libera, e bevve da un calice trovato su un tavolino.

Sul tavolino s’era materializzato anche un mucchio di riviste, di quelle che trovi sempre uguali dai dentisti, dagli oculisti, dai veterinari, dai barbieri e dagli sciamani (qualcosa tipo ‘Ermeneutica e motonautica”, “Dentizione, dentismo e decadentismo”).

Ottone si sorprese di quella univocità di scelta, e sulle prime pensò trattarsi di uno studio associato.

Ma mentre contemplava un’arcata dentaria patinata e cercava di ricordare se gli avessero dato il numero all’ingresso, lo sfiorò un’altra impressione: vuoi vedere che queste riviste sempre identiche al cangiar degli studi sono il riflesso della coazione a ripetere e delle teorie infinite?

E non sono queste ultime frutti tipici dei sogni?

Era già sul punto di recedere suo malgrado dalla professione di agnosticismo dell’onironauta, quando qualcuno lo avvicinò ed attaccò bottone. Aveva anch’egli un calice e, nel sedersi, gli chiese se aspettava da molto.

“No. Sono appena arrivato.”

“Spero non ci sia molto d’attendere. Lei dove va?”

“Eh? Vado dal… dal barbiere!”

“Ah, guardi che è chiuso. Oggi è lunedì.”

“Ah, già! Allora dallo sciamano…”

“Non esercita più. L’hanno denunciato per circoncisione d’incapace.

“Circoncisione?”

“Si. Era uno sciamano ebreo.”

“Beh, io per la verità… andrei dal dentista.

“Per carità! Un cane! Non distingue una protesi ortodontica da una ortopedica, e più in generale un ortodosso da un ortolano.”

“Ah…ma… scusi, lei dove va?”

“Dall’otorinolaringoiatra. Ho un disturbo all’orecchio.

“Di che si tratta?”

“Un sibilo.”

“Di che tipo?”

Ottone avvertì un sinistro presentimento nel momento stesso in cui poneva la domanda.

“Un ronzìo. Una specie di…”

“No! No! La prego!”

“Come se fosse…”

“No! Pietà!”

Zzzzzzzzzz…”

 

Ottone nel sogno si turò le orecchie con delle conchiglie marine, ed alzò al massimo il volume della risacca da un potenziometro che pendeva da quelle.

Ma non servì a nulla.

La frittata ormai era fatta, e lui fu risucchiato da un vento vorticoso, che potremmo chiamare tornado, che gli fece varcare all’indietro la finestra dell’incoscienza.

Si ripresentò così a sé stesso col cuore in ambasce e un cerchio alla testa immersa nel cuscino impolverato da scaglie di muro e lastre d’intonaco. I padiglioni e i lobi auricolari s’irrigidirono alla percezione del nuovo ronzìo.

Quando una nottata nasce storta!…”, chioserebbe una voce narrante fuori campo.

L’uomo diede un’occhiata alle lancette fosforescenti dell’orologio.

“Cristo! Vedi un po’ se è cosa! Domani c’ho pure una scorta armata”, mugugnò ormai provato.

Si levò ancora fino al busto. Nel muovere le gambe sotto le coltri mattoni e detriti vari ruzzolarono a terra levando una nuvoletta di polvere.

Il ronzìo stavolta veniva da sinistra, ed era molto prossimo.

Ottone lo individuò nella valvola della flebo.

Al buio, muovendosi a tentoni, si sporse oltre il corpo della moglie e ne scandagliò l’avambraccio fino a trovare il tubicino di plastica. Lo risalì piano piano, come fosse l’albero della cuccagna, e raggiunse alfine la cuspide che regolava lo stillicidio. Con un grugnito bilioso strinse tra pollice e indice la valvola e la rotò di un tanto.

Il ronzìo cessò.

L’uomo tirò un sospiro, riassunse la posa fetale tirando a sé l’intero viluppo di coperte, e grugnì: “Che nottata! Che nottata!”

 

Non ci credereste, ma questa volta il peggio era davvero passato!

Le promesse di quiete, di ristoro, di conciliazione, più volte rimandate, furono finalmente mantenute. Ottone s’immerse in un sonno profondo, i suoi occhi cominciarono a guizzare inconsapevoli sotto le palpebre e campirono le sagome di nuovi personaggi e dei loro più svariati concili, che non fossero però sale d’attesa di studi associati.

Dormì placido, e russò financo. Quel che restava della notte lenì in parte i suoi affanni, e in parte lo ritemprò dalle fatiche.

 

Quando la sveglia trillò di mattina il sole aveva già inondato la casa diroccata.

Ottone s’alzò, infilò le ciabatte e circumnavigò il letto, scartando lo scacciazanzare, le variegate interiora di tv e videoregistratore, la bombola di gas squassata come un fiore sbocciato, le scaglie di vetro del lampadario e dell’abat jour, i calcinacci e i relitti di mobili.

All’altro lato del letto osservò la moglie, spirata da qualche ora al cessare dello stillicidio della fleboclisi, rigida ed algida come uno stoccafisso.

L’uomo ristette pensoso. “Non capisco se era il condotto o la valvola a fare tutto quel casino…”

In bagno scavalcò la porta divelta che stava di traverso sulla soglia, e si diresse verso il water per la pisciatina. Dopodiché posò lo sguardo sullo specchio della toletta, incupito da un prurito che aveva avvertito al risveglio in più parti del volto.

Allora una smorfia di delusione si dipinse sul suo volto, una trasfigurazione che era la summa della frustrazione e dell’impotenza umana, e, perché no?, anche della sua caducità.

Rimase per un po’ a contemplarsi il viso rigonfio e arrossato in più punti, resistendo tetragono all’impulso di grattarsi.

Gli occhi a mezz’asta ed un’aria di rassegnazione, nonché la berretta ed il pigiama rossi, avrebbero rammemorato ad un osservatore posto sulla soglia il profilo di Federico da Montefeltro in un quadro di Piero della Francesca.

“C’è poco da fare”, rifletté a quel punto Ottone, “devo assolutamente mettere la zanzariera.

 

 

 

1 Una dubbia etimologia farebbe risalire Ottone al sanscrito Othonai, che significherebbe letteralmente “Sangue dolce, buono per zanzare e piattole. Si rilevano tracce di trigliceridi.

 

 

 

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