Il plastico portiere
Concorso
Rai Caterpillar 2006 avente per tema il gioco con la palla.
Scartato
dalla giuria.
Da
piccoli c’è un’età di mezzo tra l’autismo della poppanza e la baldanza ferina
della tribù. Quell’età in cui la tivù soggioga ed instilla i germi di un’epica
facile, e crea nella mente del virgulto proiezioni in forma di guerrieri,
cowboy, e giocatori di pallone.
La
mia infanzia domestica è stata costellata di partite ad eliminazione diretta,
finali di Coppa dei Campioni, trofei da sollevare sulle spalle di ectoplasmi
d’occasione, inquietanti pressioni di platee oceaniche, mute o chiocce. Tutti
eventi rigorosamente autarchici, da one man show.
Il
mio personale Maracana era il soggiorno di casa, le cui sagome nel periplo a
ritroso si stagliano ancora distinguibili, sebbene immerse in una stagnante
bruma.
Un
lato della stanza era occupato da un maestoso divano tappezzato a fiori
improbabili, troppo decò per essere veri, i cui braccioli bombati erano
l’ideale da avvinghiare nei concitati corpo a corpo, e i cui morbidi cuscini di
raso, autentico sollievo antiemorroico, erano pronti ad attutire i rinculi dei
tuffi del plastico portiere.
Una
negretta di gesso seminuda dal gonnellino di pagliericcio e dagli orecchini a
cerchio, che sormontava a mo’ di stilita una colonna di marmo che fungeva da
palo, affiancava il lato del divano prossimo alla porta; e dal lato opposto di
questa faceva da sentinella un austero portaombrelli di ottone che,
opportunamente spostato al centro della stanza, costituiva l’insormontabile
ultimo baluardo della difesa da dribblare, lo stopper killer che si frapponeva tra
me e la gloria.
Sulla
parete di fronte gli spalti ululanti, gradinate e tribune di mobilio in noce
s’ergevano come una muraglia minacciosa o benevola, a seconda della tifoseria
che alloggiavano. Gli ultras erano ben distinguibili: bomboniere in forma di puttini
in ceramica, memorie di battesimi fino al terzo grado parentale, angioletti in
porcellana freschi di comunione, argentei soldati di Cristo reduci dal buffetto
cresimale, ed ovviamente cigni a foggia di sposini. I loro striscioni dai motti
salaci erano i cartigli delle bomboniere, in cui s’annunciava il lieto evento,
avviluppati ancora nell’organza coi confetti alla mandorla, loro fardello
ineluttabile.
I
confetti alla mandorla, rosa celesti o bianchi che fossero, erano a stento
acclusi al genere dei commestibili, e rimanevano avvinghiati alla bomboniera
per tutto il suo ciclo di vita, condividendone i sudari di polvere e le
diaspore tra ripiani e cristalliere. Alla fine della parabola c’era
l’inevitabile estinzione, scalzata la loro fatale simbiosi dall’avvento di
nuovi fastosi cimeli, o da santini e madonne di Lourdes in plastica con acqua
benedetta included.
L’unica
chance di distacco del malloppo velato dalla bomboniera la determinava la
tensione tra le opposte tifoserie che, quando trascendeva i limiti dello
sfottò, trasformava i confetti alla mandorla in pericolosi sanpietrini da
lanciarsi l’un l’altro all’apice del conflitto. Gli affilati proietti
schizzavano così per la stanza e si infrangevano sui tulipani dei parati, o
talvolta sul volto azzimato di mia madre, tosto accorsa quale forza pubblica
brandendo a mo’ di manganello un cucchiaio di legno odoroso di ragù.
Quanto
agli altri confetti, quelli di cioccolato, essi non vissero mai l’ebbrezza del
volo. Venivano confiscati ben prima dell’ingresso allo stadio, ed
opportunamente presi in custodia dagli enzimi digestivi.
Il
tavolo di ciliegio che campeggiava al centro della stanza, eredità di ligneo
lignaggio, corredato dall’ultima progenie di tarli di lignaggio coevo, e le
sedie che lo circondavano, offrivano tante di quelle gambe per la barriera
schierata sulle punizioni, che l’attraversamento di quella selva costava
parecchie ripetizioni della battuta, cagionata dal mancato rispetto della
distanza regolamentare. In casi estremi l’arbitro imparziale decretava
l’espulsione di qualche sedia per recidiva.
Il
ruolo dell’arbitro fu per lungo tempo ricoperto dalla negretta stilita dagli
orecchini a cerchio, almeno fin quando la meschina, improvvidamente crollata in
un concitato dribbling per uno scossone alla colonna, non perse l’uso del
braccio destro, e
Nel
seguito il ruolo di arbitro fu ricoperto da personaggi avventizi, poco
carismatici e men che mai statuari (che non a caso fomentavano il lancio di
confetti): per lo più anonimi supereroi in plastica sbucati dalle patatine, e
nel periodo natalizio il Baldassarre dei re Magi.
Per
le finali in pompa magna i Magi al completo costituivano la terna arbitrale.
Ma il
motore primo di quella pantomima, la fomite unica dei travasi di collera e
degli eccessi di euforia, il totem che irradiava luce trasfigurante all’anodino
arredo anni sessanta del soggiorno rendendolo il più celebrato degli stadi,
l’agente gravitazionale che mi instillava il moto perpetuo e incongruo di un
tarantolato, era la più disadorna, inattendibile e miserabile delle palle: un
foglio di quaderno appallottolato.
Non
so perché per anni quella palla che avrebbero snobbato anche nelle favelas la
preferii a sfere più idonee, come una banale palla da ping pong o una di quelle
in gomma colorata che trovavi per pochi spiccioli nei caraffoni di vetro fuori
ai bar.
Era
rugosa, irregolare, si sfaldava ogni pochi lanci e mi costringeva costantemente
a ricomporne la compattezza stringendola nel pugno. Eppure la preferivo alle
altre.
Forse
era la sua caducità, la necessità di accudirla e di rimodellarla, che me la
rendeva più vicina di quelle che vivono di vita propria e passano indifferenti
di mano in mano. O forse la sua leggerezza, che non faceva danni nell’impatto
con le cose, e scongiurava le irruzioni della FIFA ed i volteggi del cucchiaio
al ragù. O magari il piacere ribelle, il gesto sovversivo di strappare un
foglio dal quaderno di matematica per prenderlo a calci.
Sta
di fatto che in quel periodo s’annidavano palline di carta un po’ dovunque per
casa.
Infatti,
se il soggiorno-Maracana era il palcoscenico favorito per le sfide tra
nazionali, frequenti erano gli incontri tra club a San Siro (la mia camera), al
Santiago Bernabeu (la camera dei miei), o in qualche insidioso campo di
provincia (il bagno). Lo stadio tabù per antonomasia, quello su cui gravava una
squalifica del campo pressoché permanente, era senza dubbio la cucina; salvo i
casi in cui l’emissario FIFA, riposto lo scettro di legno, scendeva a fare la
spesa.
Cosicché
il ripetersi di errati traversoni, di colpi di testa stellari e rinvii di
difensori alla viva il parroco
disseminò di palle di carta i luoghi più inaccessibili della casa.
Sui
soli pensili del soggiorno, su cui s’usava stipare fino all’oblìo regalìe
intonse (servizi di stoviglie stile impero il cui peso della forchetta causava
lo slogamento del pollice al terzo avvolgimento di spaghetti), un giorno mio
padre ne trovò una ventina.
Quando
le tirò giù e me le porse con piglio interrogativo mi bastò un colpo d’occhio
per ciascuna di esse per risalire alla finale in cui s’erano immolate.
Dalle
pieghe della carta, dallo stato d’usura, dal viluppo di polvere, dal tratto
dell’inchiostro e dall’iscrizione che vi si intuiva scaturiva l’immediata
agnizione.
Soppesavo
una ad una le palle polverose e riapparivano ora i lancieri dell’Ajax, ora i
merengues del Real, ora i reds del Liverpool.
S’era
all’inizio degli anni settanta e la memoria di Italia-Germania 4-3, del bacino
dello stadio Azteca di Città del Messico, del bianco e nero di un televisore a
valvole col risultato in sovrimpressione che cambiava come le tessere d’un
tabellone ferroviario, e i nomi dei marcatori che vi si stampavano tremuli,
ignari di scrivere una pagina di storia, d’essere scolpiti come sulla pietra
d’una stele, la memoria di quella partita era vivida e fonte d’infinite
repliche.
Di
quella finale vista e rivista avevo assorbito azioni, esaltazioni,
struggimenti: dal goffo tripudio di Müller dopo aver beffato Albertosi e
Poletti, a Riva piegato in due dopo il diagonale del terzo gol, a Sepp Mayer
che sbatte i pugni a terra appena infilato da Rivera.
Il
4-1 col Brasile era stato rimosso in fretta: lo sciacquone dei ricordi infausti
era stato azionato, e lo scroscio aveva trascinato con sé anche l’effimera
euforia del gol di Bonimba.
La
palla di carta in quei giorni volteggiò come non mai.
L’attore
principale di volta in volta cambiava e con quello il gesto che accendeva gli
animi del Maracana, delle bomboniere ultras che si sporgevano dai pensili, e
della negretta invalida dalla tribuna dei vip.
Se
era Riva la mano alzava un lob (quasi una rifinitura di Rivera) che andava a
cadere sul piede sinistro già carico per il bolide che avrebbe steso come
birilli i difensori.
Se
era Domenghini le gambe delle sedie erano disseminate in modo che, palla al
piede, uno slalom vertiginoso con finte e tranelli avrebbe disorientato i
difensori impietriti, ed aperto la strada alla porta sguarnita.
Se
era Albertosi la mano destra calibrava un pallonetto all’indietro, ben sopra la
sua testa, per indurlo a stendersi in un plastico tuffo e sventare la minaccia
tra il boato di un manipolo di soldatini di piombo (i tifosi in trasferta).
Ogni
tanto le palle, pur non finendo in posti inaccessibili, erano immolate al
Leviatano del calcio indoor.
Il rumore
sospetto prodotto dal tracollo di una sedia o dall’impatto di una tibia sul
portaombrelli d’ottone richiamava l’attenzione della FIFA, che accorreva e
requisiva il pallone, probabilmente troppo sgonfio a norma di regolamento.
L’afrore
della pugna allora si stemperava: De Sisti, Facchetti e tutti gli altri si
guatavano l’un l’altro attoniti, smarriti come degli astronauti appena sbarcati
sul suolo lunare.
“E
mo’?”, mormoravano a mezza voce, mentre
Quando
però questa s’allontanava tra le bordate di fischi infratimpanici di soldatini
e puttini, lo sponsor ufficiale del torneo (il quaderno a quadretti) subito
elargiva l’ennesima palla frusciante, nuova di zecca.
Poi
sopraggiunse la grande innovazione.
Un
provvidenziale riassetto del soggiorno con spostamento delle opprimenti
poltrone dai braccioli a torciglione, consentì al Maracana di fregiarsi della
porta ideale, simmetrica e perfetta per i tuffi di Albertosi.
Il
vano squadrato di accesso al balcone, rientrato di un mezzo metro rispetto alla
parete, avendo per rete il ligneo telaio della porta dai pannelli di vetro, era
il traguardo ideale di diagonali e pallonetti, nonché il loculo lussuoso del
plastico portiere.
La
tenda di mussolina che attraversava la linea di porta era solo un impaccio, ed
andava tenuta aperta. Peccato: all’interno del vano, più prossima al vetro,
sarebbe stata la rete ideale su cui frenare la corsa della palla.
Con
quella nuova porta, in luogo dei pali erratici, le partite divennero più
sapide, i replay più precisi, i commenti più acuti, le azioni più esaltanti.
Finalmente
potevo tirare all’incrocio dei pali, salvare il risultato sulla linea bianca,
calciare un angolo a rientrare, tuffarmi di lato per tutta la mia altezza senza
incocciare in ostacoli.
In
quel periodo provai una voluttà particolare a fare il portiere, a strisciare e
ruzzolare sul pavimento di marmo, cercando di carpire la palla in ogni angolo
della nuova porta.
Non
ho una memoria precisa di quanto durò quella fase.
Ricordo
però l’episodio che segnò la fine dell’epopea indoor e del one man show.
Il
Maracana ospitava la rivincita di Italia-Brasile, coi nostri a fugare i
fantasmi dell’infausta finale e carichi al punto giusto per il solenne
riscatto.
Nonostante
la tensione in campo la partita era stata corretta e spettacolare, e più volte
aveva acceso l’incandescente magma umano stipato col suo incessante
tambureggiare in ogni angolo delle tribune, sempre più in alto, fin quasi alle
posate stile impero.
All’interno
della sfida spiccava il duello tra la perfida parabola ad effetto di Pelé e il
plastico colpo di reni di Ricky Albertosi.
Io
ero quest’ultimo.
Dopo
infiniti capovolgimenti di fronte ed una vagonata di gol, che aveva essiccato
le corde vocali del gorgheggiante cronista brasiliano, la nostra nazionale
godeva di un vantaggio risicato.
C’era
da rintuzzare le ultime sfuriate dei carioca prima del tripudio finale: in
particolare dovevo scongiurare gli effetti nefasti di una punizione in prima di
O’Rey sulla quale ben poco avrebbe potuto la barriera di sedie.
Albertosi
questo lo sapeva bene, e con lui gli sparuti soldatini, i puttini e la negretta
che osservavano col fiato sospeso ostentando il drappo tricolore.
Quando
l’arbitro fischiò la mano destra levò il più alto, apparentemente
irresistibile, dei pallonetti.
Il
portiere osservò lo sferoide rugoso e irregolare roteare verso il soffitto, e
al culmine della parabola discendere e puntare verso la porta come un meteorite
che annuncia l’armageddon.
Gli
occhi fissi sulla minaccia, stimò freddo la traiettoria.
Difficile
ma non impossibile, pensò.
E nel
mentre retrocesse di un paio di passi, fino al limitare della linea di porta.
Poi
toccò a lui, la palla era lì.
Con
un colpo di reni si slanciò all’indietro protendendo le braccia per quanto
poté.
L’impatto
della testa nella lastra di vetro, i frammenti che schizzavano in ogni dove, il
bruciore delle schegge conficcate nella fronte e il calore del sangue che di lì
sortiva rendendomi un piccolo crocifisso furono l’infausto complemento al senso
di disfatta, alla consapevolezza d’essere stato battuto dalla velenosa parabola
di Pelé.
In
quei pochi istanti potei essere nolente spettatore, sdraiato tra i cocci
aguzzi, della scissione della mia parte emotiva da quella razionale, anche se
non saprei attribuire all’una o all’altra il corso dei miei pensieri.
Da
una parte il cogente bruciore alle tempie, la percezione del delta di un fiume
caldo in volto, e l’istanza repressa di gridare e piangere; dall’altra la
realizzazione dell’ineluttabilità dei tempi supplementari, con Albertosi
sostituito per infortunio.
Anzi
no!
Un
lampo s’accompagnò alle insopportabili fitte di dolore: il portiere era stato
colpito dalla bottiglietta di un teppista, un tifoso avversario.
E
dunque partita sospesa e due a zero a tavolino.
Ebbi
appena il tempo di rallegrarmi di questa delibera FIFA, io giovane Dio immolato
al pallone, quando avvertii l’inquietante scalpicciare del suo principale
emissario che si precipitava in soggiorno.
Per
me una sola urgenza: simulare l’incidente, il giramento di testa.
E
soprattutto fare sparire la palla di carta!
Rivoltato
sulla pancia, impedito in gesti azzardati dal tappeto di vetro, distesi per
quanto potei il braccio sinistro articolando la mano per afferrare.
Il
capo d’accusa era lì, in bella evidenza: dovevo prenderlo e infilarlo in tasca.
La
mano però s’agitò nel vuoto come in preda allo spasmo di un moribondo.
Proteso
come Adamo nel Giudizio Universale di Michelangelo, non verso l’indice divino
ma verso il viluppo sbrindellato di un foglio a quadretti, non riuscii ad
agguantarlo.
Proprio
come Albertosi e Poletti, mi sovvenne, su quel tocco innocuo di Müller: il 2-1
della Germania.
Il
rimbalzo lento della palla è alla nostra portata. Basta sporgersi un tanto.
Però
il tuo difensore, ancora freddo, non intercetta la parabola ma la accompagna.
Tu questo non te l’aspettavi e vai in affanno.
La
palla tranquilla diventa di colpo inquietante, ma è ancora lì, puoi prenderla.
Non fosse che vi intralciate l’un l’altro. Ché in quei pochi istanti basterebbe
chiamarla: “Mia! Mia!”
E
invece la foga vi spinge entrambi agli stessi movimenti, finite uno sull’altro;
e alla fine non ti resta nemmeno un braccio libero per scacciarla, quella
maledetta palla.
Ti
rimane solo da guardarla lì, oltre la linea, ripercorrere gli ultimi istanti, e
chiederti come sia stato possibile, dove hai sbagliato.
Quel
senso di straniante impotenza lo provai per la prima volta quel giorno, disteso
sui vetri del soggiorno, la palla a un soffio da me e tuttavia lontana.
Mia
madre entrò in stanza ed io rassegnato preavvertii l’impatto del suo scettro
legnoso sulle terga.
Chiusi
gli occhi per qualche secondo, compreso dal solo bruciore alle tempie.
Cosa mi
avrebbe raggiunto prima? Le urla stridule i miei timpani o le percosse la mia
schiena?
Non
avvertii niente per dei secondi che dovettero sembrarmi infiniti.
Poi
mi girai e apersi gli occhi.
In
quel momento ebbi la certezza che quella era l’ultima volta al Maracana.
Nessun
appello. Vittoria a tavolino e squalifica permanente del campo.
Le
palle di carta scomparvero da casa, e la tenda si richiuse sul vano balcone.
Il
vetraio venne e sostituì la lastra rotta fissandola per bene con lo stucco, con
me che lo osservavo in silenzio.
A
fine lavoro posò lo sguardo sulla fasciatura che mi cingeva la fronte e sorrise
sfoderando una dentatura irregolare.
“Pizzaballa
o Zoff?”, mi chiese.
“Albertosi”,
sillabai abbassando lo sguardo.
“Mio
figlio invece Pizzaballa”, precisò.
“Cinque
punti di sutura proprio qui”, aggiunse poggiando il dito sul mio sopracciglio
destro.
“Ora
gioca solo fuori, in strada”.
Quando
di lì a poco fui annesso anch’io alle tribù all’aperto, suo figlio me lo
ritrovai compagno di partite per strada, dove le porte erano i vuoti tra le
macchine parcheggiate.
Sulle
nostre fronti le stimmate visibili delle epiche indoor ci predisponevano al
ruolo di capitani coraggiosi, di coloro che decidevano chi giocava e chi stava
fuori.
La
fine del mio Maracana, a distanza di decenni, è rimasta impressa in modo
indelebile all’interno e all’esterno della mia calotta cranica.
E
quella sensazione di impotenza nel guardare una palla beffarda che varca la
linea di porta con me sdraiato sui vetri l’ho provata altre volte ancora nella
mia vita da adulto.
La
sola differenza è aver imparato a rimuovere le scaglie di vetro dalle ferite
anche quando
© Gero Mannella Copyright 2006