Un libro per penetrare nell’intimo
Concorso
Letterario Incontri in biblioteca 2005.
Tema del racconto “Ho trovato in un libro…”, ovvero l’accidentale scoperta di
un libro e di qualcosa in esso contenuto (fiori secchi, biglietti, altro) che
dia l’abbrivio alla storia.
Scartato
dalla giuria.
“Ohibò!
E questo cos’è?”, si chiese Efisio appena prese posto sulla panchina del
giardino pubblico.
Al
suo fianco giaceva un oggetto a lui poco familiare, compatto e squadrato, dalla
coperta rigida e composto da una pila di fogli pressati l’uno sull’altro.
Un’agnizione
lo folgorò: “Deve essere un libro, ne ho sentito parlare”.
Lo
squadrò incuriosito, pensando a come potesse essere finito lì incustodito, e
buttò di riflesso un’occhiata intorno, caso mai il proprietario lo
sorvegliasse.
L’assenza
d’esseri umani in un raggio ragionevole lo indusse ad una maggiore confidenza.
Estrasse una mano dalla tasca e l’accostò diffidente al tomo per sfiorarne il
dorso, più o meno con la stessa cautela con cui un cacciatore di serpenti
accarezzerebbe la testa di un mamba nero.
Dal
mezzo del tomo faceva capolino un lembo cartaceo di colore giallo.
L’uomo
raccolse il libro, lo poggiò sulle cosce e tirò fuori il lembo giallo: era una
busta da lettera.
Il
messaggio che conteneva era scritto con grafia tersa e ampollosa.
Vi si
leggeva: “A colui che lo troverà questo libro aprirà nuovi orizzonti. Suggerirà
un modo nuovo di rapportarsi col prossimo, di comunicare e penetrare nel suo
intimo”.
Il
bookcrossing prendeva piede in città, ed Efisio ne era inconsapevole testimone.
Il
volume sembrava un classico, qualcosa di russo, visto il nome dell’autore
impresso a caratteri dorati.
Entrato
d’ufficio nel dominio sensoriale del nostro uomo, esso fu oggetto d’una
indagine vaga tesa a carpire la fomite della malìa che esercita su molti
individui sani, nonché l’arcano del messaggio nella busta.
Le
pagine erano solide e fruscianti, ed i caratteri vi si stagliavano grandi,
nitidi e snelli nonostante il cogente gravame delle grazie.
Efisio
si fermò su una pagina a caso e percorse col dito un paio di righe di Garamond.
Poi prese il coraggio a due mani e si applicò alla decodifica. Ritrasse
l’indice ingombrante dall’unghia curata e posò gli occhi sulla sequenza di
segni, compitando le sillabe a mente. Alla fine del periodo, segnato dal punto
e a capo liberatorio, rifiatò.
Levò
gli occhi al di sopra degli occhiali neri e li posò assente sul circostante
ravviando con una mano il fitto crine.
Poi inspirò
a fondo, come farebbe un primatista di apnea nell’atto dell’immersione, e tornò
al tête-à-tête con l’inquietante scrigno, lisciandone compreso la brossura e le
cuciture lungo il fianco.
“Devo
cominciare a leggere”, si ripropose col tono di sussiego dei prodromi
dell’intellettuale, “deve essere rilassante”.
In
particolare lo allettava la lusinga di quel messaggio, quel “penetrare
nell’intimo del prossimo” che aveva in qualche modo a che fare col suo
mestiere.
Proprio
il suo mestiere, a pensarci bene, di tempo per leggere gliene avrebbe concesso
parecchio, costellato com’era di lunghe attese.
“Potrei
finalmente dedicarmi a libri veri”, rifletté in balìa di un nuovo accesso di
voluttà tattile, “col dorso in pelle e i fogli di carta pregiata cuciti uno ad
uno”.
Altro
che i simulacri in cartone che colmavano i vuoti degli scaffali nel suo studio!
Quelli, si sa, avevano il solo fine di dare un tono all’arredo, di non
disattendere l’immaginario dell’ospite, di non stonare con la tappezzeria, e
soprattutto di celare denaro e gioie.
Per
sovrappiù, bando alle apparenze, se era vera la promessa del messaggio i libri
avrebbero dato un contributo importante ai suoi rapporti sociali e di lavoro.
Lì il tatto e la discrezione erano requisiti essenziali.
Ebbe
giusto il tempo di elaborare quest’ultimo pensiero quando, buttato l’occhio
all’angolo della strada, vide finalmente sbucare un uomo vestito di tutto punto
che, con passo celere ed una borsa in pelle ciondolante dalla mano destra,
attraversava la strada parlando al cellulare dall’auricolare.
Ad
Efisio spuntava una smorfia di sorriso represso quando incontrava quei tipi
immersi in apparenti soliloqui.
Dapprima,
quando il telefonista dall’auricolare celato era una mosca bianca, lo potevi
scambiare per un caso clinico ambulante, refuso errante della riforma Basaglia,
intento com’era a sbraitare e berciare con gli occhi nel vuoto.
Poi,
col diffondersi del costume non ne sorrise più. Avvertiva piuttosto il disagio
proprio del membro di una minoranza etnica ed una montante diffidenza che lo
irretiva negli approcci con estranei.
Quando
qualcuno lo apostrofava per strada o sul bus con l’aria di chiedere o di
attaccare bottone, egli prima di rispondergli provava a circumnavigarlo per
essere certo che non avesse auricolari bluetooth. Lo irritava l’idea
dell’equivoco, del concedere attenzione a chi in realtà non gliel’aveva
chiesta.
Chissà,
magari questo russo, questo Tolstoj, nel suo libro che apriva gli orizzonti sul
rapporto con gli altri forse spiegava anche come regolarsi coi telefonisti
dagli auricolari bluetooth.
Di
certo il tizio trafelato con la borsa in pelle era uno di quelli.
Tosto
che lo vide imboccare un vicolo ed estinguersi alla sua vista Efisio si levò
dalla panchina tenendo il libro in bella posta.
Aveva
deciso di portarlo con sé e sperimentarne l’efficacia già da quell’incontro di
lavoro.
Attraversò
la strada, imboccò il vicolo e con lunghe falcate raggiunse l’uomo e ne
richiamò l’attenzione.
Di lì
a poco nel vicolo echeggiarono un paio di spari.
L’uomo
con la borsa s’accasciò vomitando sangue mentre l’auricolare bluetooth
continuava a gracchiare.
Efisio
diede un’occhiata al libro che aveva appena scostato dalla bocca della pistola.
Dal
grande buco bruciacchiato al centro del tomo si levava un alito di fumo.
Una
smorfia di soddisfazione si dipinse sul volto del nostro uomo.
Sparare
celando la rivoltella dietro un libro era molto meglio che sparare dalla tasca
dell’impermeabile, come aveva fatto finora.
Al di
là dell’indubbia aura di distinzione che gli concedeva il fregiarsi di un buon
libro nell’approcciare l’interlocutore, avrebbe pure risparmiato un mucchio di
soldi in impermeabili.
È
vero, poteva farli rammendare; ma con che faccia avrebbe circolato in un trench
con le toppe? Cosa avrebbero detto i colleghi?
“Proprio
vero”, si rallegrò, “un buon libro aiuta a penetrare più discretamente
nell’intimo del prossimo”.
Ed
allontanandosi lesto dal vicolo recando seco il cimelio traforato benedisse il
messaggio trovato nel medesimo e l’anonimo donatore.
© Gero Mannella Copyright 2005