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Stillare il non-sense dalle intercapedini della comune vulgata scritta, raccoglierlo
in arnie con celle esagonali, ed usarlo a mo' di nuovo DNA per costruire una babele
inclinata, proclive al crollo inevitabile, e dunque alla ciclica riedificazione.
Distrarre, polverizzare o sovvertire i luoghi usati del verbo e del pensiero, scindere
le molecole spontanee o cristallizzate che legano untuose entità e attributi tra loro,
e che annichilano il senso riposto e l'esperienza.
Giocare coi suoni delle parole e colle immagini che evocano, ed insinuare nel puzzle
in costruzione un tassello neoplastico, purtuttavia controllando il suo proliferare,
affinché l'iperbolico, il surreale, l'astruso, l'estemporaneo non tracimino al grado
zero dell'espressione, al non-sense anecoico.
Il non-sense anecoico è il guard-rail che separa la potenzialità letteraria dalla
terra di nessuno del vaniloquio, caleidoscopio sotto formalina dove collidono simboli,
suoni e forme prima di risolversi in impressione, ove mai vi si addivenga.
Insomma un bel modo per dire che scrivo per lo più cazzate.
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