Il discobolo e la rivoluzione

Il terrapiattista sostiene che non è una palla ma un disco. Che però fa rotazione e rivoluzione intorno al Sole. Io capisco la rotazione, la faceva pure il 33 giri sul piatto Lenco e testina Shure. Ma per la rivoluzione mi sa che all’afelio se ne parte per la tangente, che il sole anche con le ventose non la trattiene più, più o meno come succede col discobolo. Sia di monito Mirone: noi ricordiamo lui, il discobolo con la sciatica e il disco che impugna: ma degli altri dischi già lanciati non si ha notizia dal 455 A.C.
Per non parlare del 33 giri. Da vile vinile si è semplicemente dematerializzato.
Ai terrapiattisti vorrei chiedere per sillogismo se immaginano che anche al posto della Terra in futuro ci sarà un gigantesco MP3.

Un luogo per le ceneri

“Vorrei che vi dimenticaste di me”, scrisse Guido nella sua lettera d’addio, “vorrei essere cremato e che le mie ceneri fossero buttate nel water del bagno…”
Ci pensò su e aggiunse “…di servizio”, avendo ricordato che la tavoletta della tazza del bagno principale era tutta graffiata e avrebbe dovuto sostituirla da tempo.
In genere le ceneri vengono simbolicamente buttate nei fiumi, quelle di Charlie Mingus addirittura nel Gange. Però col Covid sarebbe stato un casino: tampone prima e dopo il conferimento, magari pure la quarantena. Meglio il bagno di servizio.
“Per lo scarico bisogna aprire la valvola sotto la tazza”, aggiunse, “normalmente la tengo chiusa perché il galleggiante non funziona bene”.
“Usare lo scopino”, raccomandò essendo irritato alla sola idea che le ceneri schizzassero oltre lo scroscio dell’acqua.
“Aggiungere prima il Lysoform al contenitore dello scopino e farlo decantare per un po’”.
L’idea però che ci fossero residui di merda attaccati allo scopino che nemmeno il Lysoform avrebbe estinto cominciò ad angustiarlo.
Pensò che forse era meglio chiedere l’estinzione delle ceneri nell’organico.
S’apprestò a scriverlo ma fu roso dal tarlo che quelle non potessero rientrare nel compostabile, e dunque bisognava conferirle con l’indifferenziata.
Ma per la raccolta dell’indifferenziata c’era da aspettare cinque giorni.
Fu così che Guido si ruppe il cazzo, strappò il foglio e rinunciò al gesto fatale.

Il magnetismo anticlimatico di Varese

Riascoltando Amerique di Varese sovvengono la fisica del magnetismo, l’anticlimax letterario e certi coup de theatre. Quest’uomo, con le sue sirene, diede linfa carsica alla classica, contaminò certo jazz orchestrale after cool tipo Gil Evans, e arrivò a suggestionare il suggestionabile Franz Zappa, che lo considerò una sorta di vate retro Santana.

[Questa è sincretica e arcana, fondendo poesia, esorcismo e Samba pa ti]

Aspettativa di vita disumana

Sembra che gli animali più longevi al mondo siano la Vongola Oceanica (400 anni), La Spugna Antartica (1500 anni) e la Medusa Turritopsis Nutricula (potenzialmente immortale). Vorrei soffermarmi su quest’ultima e fare una considerazione da uomo della strada galileiano. Come fanno gli studiosi a stimare che secolo dopo secolo quel soggetto lì è sempre vivente? Le appiccicano una targhetta e si passano la voce di generazione in generazione? Cioè sul letto di morte l’ottantenne studioso X convoca il giovine studioso Y e gli dice “ad oggi la medusa Z ha 1589 anni e non mostra segni di cedimento; controllala e da vecchio riporta al tuo erede”. Poi con l’animo in pace esala. Ecco, non so se funziona così. E del resto la presunta età avanzatissima non significa immortalità, perché se no i mari sarebbero invasi dalle meduse. Voglio dire che, al di là dei questa potenziale longevità, immagino moriranno anche loro di colesterolo alto o di infarto se assistono a “Saw l’Enigmista di Meduse”.

La cosa che da umani ci affligge è perdere quel primato di longevità tramandato dalla Genesi, ed attribuirlo ad un organismo marino che a tutti gli effetti potrebbe chiamarsi Medusalemme.

Talebani e Guicciardini

Ciò che avvertiamo profondamente ingiusto suscita in noi pietà e indignazione, e da ultimo rabbia nei confronti di chi, Organismo Politico Sovranazionale (OPS), riteniamo debba intervenire con le buone o con le cattive. Parlo dell’Afghanistan dell’estate 2021. Ma l’OPS (in buona parte pervaso dal buonismo occidentale) è mosso dall’istanza guicciardiniana della “cura del particulare” ovvero del badare ai cazzi propri, motore primo dell’umanità, quello fondante del nostro DNA.

E dunque finché Afghanistan voleva dire fomite di “Terrorismo internazionale”, ovvero minaccia interna ai nostri confini, il talebanesimo andava combattuto e debellato. Oggi che invece è percepito come semplice organizzazione medievale e retrograda del corpo sociale, non si ritiene di dover intervenire.

Io trovo che il discorso non fa una piega. D’altronde non siamo intervenuti per altre cose che la nostra sensibilità occidentale ritiene palesemente ingiuste, dall’infibulazione in Africa, al lavoro infantile in India o Pakistan, agli attentati all’ecosistema in nome della produttività massiva in Cina, per non parlare delle armi ai ragazzini e della pena di morte in USA.

Del resto è pensabile una globalizzazione del modello sociale, così come sta avvenendo in economia, ad emulazione di un presunto primato sino-occidentale? Direi proprio di no.

E allora l’unica è confidare nelle strategie morbide, più che negli embarghi nei vettori culturali non politicamente imposti ma clonati per assimilazione di costumi, quelli sì sovranazionali (parlo della tecnologia e di tutti i suoi derivati comportamentali che ci permeano senza che ce ne accorgiamo). Perché in fondo l’Iran scandaloso di Khomeini degli anni ’80 non è quello di oggi, senza che l’OPS gli abbia fatto guerra.

Quando collassa tutto questo impianto di non interferenza culturale/politica? Quando il popolo in oggetto, che si avverte vessato perché conosce altri modelli sociali, comincia a migrare in massa verso i nostri lidi (e i nostri Lidl). E’ solo allora che anche i più ecumenici di noi avvertono una mutazione dr. Jekyll / mr. Hyde, quando alla pietas subentra una perdita di empatia e un timido livore.

Ecco, in quel caso il modulo che Guicciardini chiama “cura del particulare” si è attivato di nuovo.

La stella sublunare

La prima foto con Yuri è in ospedale. Guardo fiero in camera, un po’ spaventato dalla prima paternità, sopracciglia sollevate dal mistero della nascita o forse dal timore che la foto venga mossa. Ho una maglietta casualmente in tema, con una stella al centro. Non so perché la stella indichi la nascita nella simbologia occidentale, la croce come morte è più intuitiva, le stelle sono pressoché eterne al cospetto delle nostre vite. Forse è l’anelito di immortalità per ogni vita umana che spunta, o forse perché una stella a cinque punte ha un che di pieno e perfetto: è l’immagine che vorremmo ci accompagnasse, per dissimulare in qualche modo la nostra caducità.

Le mie mani reggono Yuri, l’avambraccio lo avvolge a sostenere la testa, la cosa più delicata, la fontanella, il terrore che ti viene infuso per quei punti molli alla nascita e che fa sì da inibirti anche la carezza alla foresta di capelli che già si ritrova. Lui è in tutina celeste, tre chili di homo sapiens sapiens col sistema operativo di fabbrica, disconnesso dalla rete e privo delle innumerevoli patch che gli anni installeranno, ha le manine strette a pugno, gli occhi chiusi, le gote paffute a costringere i margini della bocca, il braccialetto al polso destro, i capelli che non hanno soluzione di continuità con le sopracciglia, e che un po’ ti inquietano. Negli zoo i piccoli di orango non sono diversi su quel punto, ed i peli li manterranno a vita. Male che vada, pensi, ci sono le creme depilatorie.

Guardi in camera, ma sai che subito dopo guarderai lui. Lo farai negli anni, all’inizio come parte di te, cercando di ricomporre il tuo mosaico anatomico attraverso di lui. Poi farai lo stesso con quello caratteriale, quando ancora lo considererai un satellite.

Infine, quando la tua forza gravitazionale sarà persa, e quella muscolare degraderà, lo guarderai come si fa con una stella. Appunto.

Come un’epifania, ma senza scopa

L’allegria scopri che non va mai via del tutto, è latente, ti prende sovrappensiero come un’epifania, anche nei momenti più cupi. Non hai tempo di realizzarlo, vorresti capire cosa la innesca, come arriva a pervaderti nei luoghi più svariati, per esempio qui, lungo il sentiero di un bosco. Per fortuna non c’è nessuno, che a volte è una cosa che non riesci a tener dentro, ti viene di manifestarla nei modi più bislacchi.
“E meno male”, direbbe qualcuno.
“E meno male ‘sto cazzo”, replicherei io.
Mi ha fatto pure scivolare il dito sulla tastiera, volevo dire allergia.
Non posso stare sotto una cazzo di pianta che starnutisco e mi prudono le palle degli occhi. E non ho nemmeno un antistaminico a portata di mano.

Tanti affettuosi saluti da

Questo che è tempo di vacanze avrebbe in passato celebrato il rito delle cartoline. Stavano sui trespoli girevoli fuori ai chioschi delle edicole, dai tabaccai o nei negozi di souvenir. A ruotarli ti accorgevi che erano cosparsi di cacche di mosche, così come le cartoline più vecchie, quelle non prescelte, anodine ed accartocciate tipo chiacchiere di carnevale. Dal tabaccaio era meglio perché potevi chiedere pure i francobolli, la spugnetta per intingerli era sempre secca, e così li leccavi. Nelle città d’arte o di mare prese d’assalto i tabaccai erano un unico grande leccatoio, uno addosso all’altro, immagino un Covid ante-litteram e l’affresco caravaggesco consequente.
Poi c’era la Bocca Della Verità, la cassetta postale rossa per strada odorosa di piscio di cane, dove infilavi la testimonianza della tua alienazione dalla vita usuale ed avevi la stessa confidenza del recapito d’un naufrago col messaggio in bottiglia. E dopo averla imbucata esclamavi il canonico “cazzononhomessoilcap”, accusando per strada l’inesorabile mal de vivre.

Penso ai millennials ed a quello che hanno perso, i trespoli, le cacche di mosca, le Bocche della Verità, le parole “cartolina” e “francobollo” che non suonano più.
Forse, chissà, anche la parola “bastrofio”.

Linguine allo Scoglio

Avevo preso una busta di Linguine allo Scoglio surgelate (da solo vo per le vie brevi).
Nel mangiarle mi sono rotto un molare: in mezzo c’era un pezzo di scoglio. L’odontoiatra mi ha rilasciato una fattura a tre zeri (che non sarebbe stato un grosso problema se non vi fosse stata anteposta una cifra diversa da zero). Tramite avvocato ho fatto causa all’azienda produttrice.
Ho perso la causa perché l’azienda aveva dichiarato chiaramente la presenza dello scoglio nel titolo del prodotto.
Ho nondimeno apprezzato l’integrità semantica della cosa, l’aderenza di quanto dichiarato al contenuto. Quante volte scrivono “zero zuccheri”, ma poi vallo a sapere.
Ho deciso di comprare in serie le buste di queste linguine per farmi una scogliera privata.
Preferisco questo approccio, le scogliere pubbliche sono perigliose. Un mio amico vi è scivolato ed ha immolato nell’impatto l’area genitale. L’inguine allo scoglio.