La stella sublunare

La prima foto con Yuri è in ospedale. Guardo fiero in camera, un po’ spaventato dalla prima paternità, sopracciglia sollevate dal mistero della nascita o forse dal timore che la foto venga mossa. Ho una maglietta casualmente in tema, con una stella al centro. Non so perché la stella indichi la nascita nella simbologia occidentale, la croce come morte è più intuitiva, le stelle sono pressoché eterne al cospetto delle nostre vite. Forse è l’anelito di immortalità per ogni vita umana che spunta, o forse perché una stella a cinque punte ha un che di pieno e perfetto: è l’immagine che vorremmo ci accompagnasse, per dissimulare in qualche modo la nostra caducità.

Le mie mani reggono Yuri, l’avambraccio lo avvolge a sostenere la testa, la cosa più delicata, la fontanella, il terrore che ti viene infuso per quei punti molli alla nascita e che fa sì da inibirti anche la carezza alla foresta di capelli che già si ritrova. Lui è in tutina celeste, tre chili di homo sapiens sapiens col sistema operativo di fabbrica, disconnesso dalla rete e privo delle innumerevoli patch che gli anni installeranno, ha le manine strette a pugno, gli occhi chiusi, le gote paffute a costringere i margini della bocca, il braccialetto al polso destro, i capelli che non hanno soluzione di continuità con le sopracciglia, e che un po’ ti inquietano. Negli zoo i piccoli di orango non sono diversi su quel punto, ed i peli li manterranno a vita. Male che vada, pensi, ci sono le creme depilatorie.

Guardi in camera, ma sai che subito dopo guarderai lui. Lo farai negli anni, all’inizio come parte di te, cercando di ricomporre il tuo mosaico anatomico attraverso di lui. Poi farai lo stesso con quello caratteriale, quando ancora lo considererai un satellite.

Infine, quando la tua forza gravitazionale sarà persa, e quella muscolare degraderà, lo guarderai come si fa con una stella. Appunto.

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