Come un’epifania, ma senza scopa

L’allegria scopri che non va mai via del tutto, è latente, ti prende sovrappensiero come un’epifania, anche nei momenti più cupi. Non hai tempo di realizzarlo, vorresti capire cosa la innesca, come arriva a pervaderti nei luoghi più svariati, per esempio qui, lungo il sentiero di un bosco. Per fortuna non c’è nessuno, che a volte è una cosa che non riesci a tener dentro, ti viene di manifestarla nei modi più bislacchi.
“E meno male”, direbbe qualcuno.
“E meno male ‘sto cazzo”, replicherei io.
Mi ha fatto pure scivolare il dito sulla tastiera, volevo dire allergia.
Non posso stare sotto una cazzo di pianta che starnutisco e mi prudono le palle degli occhi. E non ho nemmeno un antistaminico a portata di mano.

Tanti affettuosi saluti da

Questo che è tempo di vacanze avrebbe in passato celebrato il rito delle cartoline. Stavano sui trespoli girevoli fuori ai chioschi delle edicole, dai tabaccai o nei negozi di souvenir. A ruotarli ti accorgevi che erano cosparsi di cacche di mosche, così come le cartoline più vecchie, quelle non prescelte, anodine ed accartocciate tipo chiacchiere di carnevale. Dal tabaccaio era meglio perché potevi chiedere pure i francobolli, la spugnetta per intingerli era sempre secca, e così li leccavi. Nelle città d’arte o di mare prese d’assalto i tabaccai erano un unico grande leccatoio, uno addosso all’altro, immagino un Covid ante-litteram e l’affresco caravaggesco consequente.
Poi c’era la Bocca Della Verità, la cassetta postale rossa per strada odorosa di piscio di cane, dove infilavi la testimonianza della tua alienazione dalla vita usuale ed avevi la stessa confidenza del recapito d’un naufrago col messaggio in bottiglia. E dopo averla imbucata esclamavi il canonico “cazzononhomessoilcap”, accusando per strada l’inesorabile mal de vivre.

Penso ai millennials ed a quello che hanno perso, i trespoli, le cacche di mosca, le Bocche della Verità, le parole “cartolina” e “francobollo” che non suonano più.
Forse, chissà, anche la parola “bastrofio”.

Linguine allo Scoglio

Avevo preso una busta di Linguine allo Scoglio surgelate (da solo vo per le vie brevi).
Nel mangiarle mi sono rotto un molare: in mezzo c’era un pezzo di scoglio. L’odontoiatra mi ha rilasciato una fattura a tre zeri (che non sarebbe stato un grosso problema se non vi fosse stata anteposta una cifra diversa da zero). Tramite avvocato ho fatto causa all’azienda produttrice.
Ho perso la causa perché l’azienda aveva dichiarato chiaramente la presenza dello scoglio nel titolo del prodotto.
Ho nondimeno apprezzato l’integrità semantica della cosa, l’aderenza di quanto dichiarato al contenuto. Quante volte scrivono “zero zuccheri”, ma poi vallo a sapere.
Ho deciso di comprare in serie le buste di queste linguine per farmi una scogliera privata.
Preferisco questo approccio, le scogliere pubbliche sono perigliose. Un mio amico vi è scivolato ed ha immolato nell’impatto l’area genitale. L’inguine allo scoglio.

Il walzer non ortodosso

Gli anni 70, sotto l’egida di Miles, segnarono il crollo delle ortodossie e il momento delle contaminazioni. Tra i latori del messaggio brillarono i Brand X che, enfatizzando il loro Comportamento Non Ortodosso (1976), decostruirono un walzer in chiave western fusion.
Okay, prima c’era stato Fats Waller con Jitterburg e Bill Evans con Debbie. Ma i Brand X avevano Percy Jones al basso e Phil Collins ancora coi capelli.

La cinematica dei cipperimerli

Al discendere la scalèa comitale, che un’ora prima avevo salito, vidi che i lampi e coboldi avevano deciso di fregarmi del tutto. Sfarfallando pazzescamente dalle vetrate, quegli arrampicandosi ingegnosamente ai seggioloni monumentali dei conti Delrio, avevano inframmesso nel mio penoso assortimento di parallelogrammi i barbagli dello strabismo, le beffe degli zecchini stentati. Ma c’era almeno la speranza d’un rovescio d’acqua.
E tutti insieme, inspirati dall’Esecrando, avevano acceso le brame dei roventi omenoni, dei pulvirulenti vescovi che sogliono trascorrere l’estate nei più pregevoli piedistalli barocchi della città. La pietra odorosa di orina vecchia, aveva rabbrividito nel presagio della tempesta.
Ma ecco cipperimerli li lasciavano con quella voglia e dileguavano sghignazzando verso grecale.
[Carlo Emilio Gadda, La madonna dei filosofi]

The long zoom in

La cifra di Mel Brooks è lo straniamento, la sospensione della catarsi, il coito interrotto, la tracimazione tra finzione, realtà, iperrealtà (non so se anche iperfinzione, debbo prima definirla).
Lui lo stereotipo lo fa a pezzi, lo frulla, ma con leggerezza, ad un basso numero di giri.
Questa scena dal pathos snervante è apodittica (apodiktisch in tedesco).

Il Vangelo Palindromo di Gabriele de Simon

Noi mortali che a stento vi mettiamo insieme 2 o 3 parole, coi “topi non avevano nipoti” o “Irene cerca sacre ceneri”, accusiamo le vertigini nello scorrere le 4 pagine del palindromo più lungo al mondo, pensando sia una metafora della circolarità dell’Universo, della potenzialità della Biblioteca di Babele.
E a come possa essere costruito, senza fondamenta, partendo dal centro e allontanandosi da un lato e dall’altro. La ragione di una vita.

Il cuore intanto di quest’opera immane ed invisibile è:

Da ore Simone rasa mare.
È capace e va! Nauta laido,
a ira leggeri ami meri sollevi là!
E là è Dio! Suol ridarti amore!
Pietro con Gesù segnò cortei.
Però mai tradirlo! (uso ideale!)
A livello sì remi:
mai regge l’aria; odia la tua nave!
E capace era, ma s’arenò! Misero!
Ad…

Gedeone tra serpe e cavallo

Gedeone fece gran gesti di richiamo a una carrozza che stazionava in fondo alla strada. Il vecchio cocchiere scese di serpe a fatica e venne premurosamente, a piedi, verso i nostri amici, dicendo:
“In che cosa posso servirli?”
“Ma no,” gridò Gedeone impazientito, “io voglio la carrozza!”
“Oh,” fece il cocchiere, deluso “credevo che volesse me.”
Tornò indietro, rimontò in serpe e chiese a Gedeone, che aveva preso posto in vettura con Andrea:
“Dove andiamo?”
Il cavallo tese le orecchie con spiegabile trepidazione.
“Non glielo posso dire” esclamò Gedeone, che voleva mantenere il segreto sulla spedizione.
Il cocchiere, che non era curioso, non insisté. Tutti rimasero per qualche minuto a guardare il panorama, senza muoversi. Alla fine Gedeone si lasciò sfuggire un: “Al castello di Fiorenzina!”, che fece trasalire il cavallo e indusse il cocchiere a dire:
“A quest’ora? S’arriva di notte”.
“È vero,” mormorò Gedeone “ci andremo domattina. Vieni a prenderci alle sette in punto.”
“Con la carrozza?” chiese il cocchiere.
Gedeone rifletté qualche istante. Alla fine disse:
“Sì, sarà meglio”.
Mentre si dirigeva alla pensione, si volse di nuovo al cocchiere e gli gridò:
“Ohè, mi raccomando; anche col cavallo!”
“Ah sì?” fece l’altro, sorpreso. “Come vuole, del resto.”

[Achille Campanile, Agosto]

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Dall’australopiteco all’Homo Piercensis

I grafici che mostrano l’evoluzione del genere Homo nelle ere geologiche dall’australopiteco quadrupede fino all’Homo Erectus finiscono in genere con l’immagine di Billy Pierce, insignito più volte dai Grammy Awards come “il sassofonista jazz con la miglior postura, senza busto ortopedico”. In questo bel semiconcerto, che enfatizza l’enormità di Tony Williams anche da compositore, mi viene da rimarcare l’icona frontale improvvisativa di Wallace Roney, indistinguibile da un giovine Miles. Infine la mesta inclinazione ai Jazz Obituaries mi porta a considerare che, esclusi Ira Coleman dal basso levitante e l’Homo Erectus, nessuno tra Tony, Mulgrew e Wallace vide i 60 anni, tra heart attack e storie di Covid. E furono i top player del periodo d’oro del neo bop.