L’autobomba di Leyner

Ha un’autobomba. Inserisce la chiave nel blocchetto e la gira. La macchina esplode. Esce. Apre il cofano e controlla. Chiude il cofano e torna dentro. Gira la chiave. La macchina esplode. Esce e sbatte la portiera, disgustato. Prende a calci la ruota. Si toglie la giacca e scivola sotto il telaio. Tossisce. Riscivola fuori e si pulisce la camicia macchiata di grasso. Si rimette la giacca. Entra. Gira la chiave. La macchina esplode in un fuoco di artificio di lamiere, disintegrando finestre per interi isolati. Esce e bestemmia. Chiama un carro attrezzi. Rimorchiano la macchina fino a una stazione della Exxon. Il meccanico entra e gira la chiave. La macchina esplode, distruggendo la pompa della benzina. L’insegna rossoblu della Exxon scoppia come un palloncino. Il meccanico esce. Ha un’autobomba, dice. L’altro sgrana gli occhi. Questo lo so già, risponde.

Mark Leyner, Mio cugino il mio gastroenterologo

Monk e la mancia

Nel ’63, quando andò alla TV giapponese, il burbero Thelonious Monk ebbe un contenzioso con la guardarobiera: pur di non ammollarle la mancia decise di tenersi cappotto e berretto di lana addosso. Costei per ripicca gli attaccò la corrente alla tastiera (100 v a 50 Hz nel Sol Levante). Sicché in Evidence durante l’assolo di Charlie Rouse (minuto 2:30) Monk si ritrae più volte per le scosse e poi è costretto ad alzarsi per scaricare a massa. Il barcollamento conseguente è indice della elettrocuzione.

Però Rouse era bravo.